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Settembre, 2026 - Centro Veterinario San Martino

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16/Set/2026


Con l’arrivo di settembre siamo portati a pensare che molti dei problemi tipici dell’estate siano ormai alle spalle. Le temperature iniziano lentamente a diminuire, le vacanze finiscono e anche per i nostri animali ricomincia la normale routine quotidiana. Per alcuni cani e gatti, però, settembre può essere ancora un mese particolarmente delicato dal punto di vista delle allergie.

Prurito, leccamento insistente delle zampe, arrossamenti della pelle, perdita di pelo e problemi alle orecchie possono infatti persistere anche dopo la fine dei mesi più caldi. In alcuni animali è proprio in questo periodo che i proprietari si accorgono che quello che sembrava un disturbo occasionale sta continuando da diverse settimane.

Le allergie, inoltre, non sono tutte uguali e individuare ciò che provoca il problema non è sempre immediato.

Come si manifesta un’allergia nel cane?

Nel cane il sintomo che più frequentemente porta il proprietario a rivolgersi al veterinario è il prurito.

Non dobbiamo però immaginare soltanto il classico cane che si gratta con la zampa posteriore. Il prurito può manifestarsi in molti modi differenti.

Il cane può:

  • leccarsi frequentemente le zampe;
  • mordicchiarsi gli arti o altre parti del corpo;
  • strofinare il muso contro tappeti, divani o mobili;
  • grattarsi frequentemente le orecchie;
  • scuotere spesso la testa;
  • leccarsi insistentemente l’addome;
  • presentare arrossamenti della cute;
  • perdere pelo in alcune zone.

In alcuni soggetti il primo segnale di una problematica allergica può addirittura essere rappresentato da otiti che tendono a ripresentarsi nel tempo.

Le zone maggiormente interessate possono essere muso, zampe e spazi interdigitali, ascelle, inguine, addome e orecchie.

E nel gatto?

Nel gatto le manifestazioni possono essere meno evidenti.

Il gatto trascorre normalmente molto tempo a pulire il proprio mantello e per questo può essere difficile capire quando il leccamento diventa eccessivo.

A volte il proprietario non vede mai il gatto grattarsi, ma nota semplicemente che il pelo sull’addome, sulle zampe o sui fianchi è diventato molto corto o diradato.

Possono inoltre comparire piccole croste, arrossamenti o lesioni della cute.

Per questo motivo una perdita di pelo apparentemente inspiegabile non dovrebbe essere automaticamente attribuita alla muta stagionale.

Quali possono essere le cause?

Quando parliamo genericamente di “allergia” stiamo in realtà comprendendo condizioni differenti.

Tra le possibili cause troviamo le reazioni verso allergeni ambientali, come pollini o acari, la dermatite allergica provocata dalla puntura delle pulci e le reazioni avverse agli alimenti.

Esiste inoltre la dermatite atopica, una condizione complessa nella quale entrano in gioco predisposizione individuale, alterazioni della barriera cutanea e risposta immunitaria verso determinati allergeni.

Non sempre, quindi, è possibile individuare immediatamente un unico responsabile.

Ed è proprio questo uno dei motivi per cui nei problemi allergici è importante evitare diagnosi “fai da te”.

Perché settembre può essere ancora problematico?

La fine dell’estate sul calendario non corrisponde necessariamente alla fine dell’esposizione agli allergeni.

In molte zone d’Italia settembre presenta ancora temperature elevate e giornate molto miti. Cani e gatti continuano a trascorrere tempo all’aperto e diversi allergeni ambientali possono essere ancora presenti.

Anche le pulci meritano particolare attenzione.

Uno degli errori più frequenti è pensare che, terminata l’estate, si possa automaticamente interrompere la prevenzione antiparassitaria. In realtà la presenza dei parassiti dipende dalle condizioni ambientali e climatiche e non semplicemente dal mese indicato sul calendario.

Inoltre, gli ambienti domestici riscaldati possono creare condizioni favorevoli alla sopravvivenza di alcuni parassiti anche durante i mesi più freddi.

La strategia antiparassitaria dovrebbe quindi essere valutata insieme al veterinario sulla base dello stile di vita e del rischio del singolo animale.

Quando il prurito provoca altri problemi

Il problema non è soltanto il fastidio provocato dall’allergia.

Quando un animale si gratta, si lecca o si mordicchia continuamente, la barriera naturale della cute può danneggiarsi.

La pelle diventa più irritata e possono svilupparsi infezioni secondarie, per esempio sostenute da batteri o lieviti normalmente presenti sulla cute.

Si può così creare un vero e proprio circolo vizioso:

allergia → prurito → lesione della cute → infezione → ulteriore prurito.

A quel punto il quadro può diventare molto più evidente: cattivo odore della cute, arrossamenti intensi, croste, secrezioni, perdita di pelo e aumento del prurito.

È quindi importante intervenire prima che il problema diventi esteso.

“Si gratta: avrà le pulci?”

È una delle associazioni più comuni.

Le pulci sono certamente una causa importante di prurito, ma non sono l’unica.

Allo stesso modo, non vedere pulci sul mantello non permette sempre di escludere completamente il problema.

In alcuni animali particolarmente sensibili anche poche punture possono essere sufficienti a provocare una reazione importante.

Per questo la presenza o l’assenza di parassiti rappresenta soltanto uno degli aspetti che devono essere valutati quando si cerca di comprendere l’origine di un problema dermatologico.

Cosa possiamo controllare a casa?

Settembre può essere un buon momento per osservare con maggiore attenzione la pelle del nostro animale, soprattutto dopo un’estate trascorsa tra passeggiate, viaggi, mare, montagna e attività all’aperto.

Durante la spazzolatura o i momenti di coccole possiamo controllare:

  • spazi tra le dita;
  • ascelle;
  • addome;
  • inguine;
  • base della coda;
  • padiglioni auricolari;
  • muso e zona intorno agli occhi;
  • eventuali aree con pelo diradato.

È utile anche osservare quanto frequentemente l’animale si gratta o si lecca.

Un leccamento occasionale è normale. Un cane che interrompe frequentemente ciò che sta facendo per grattarsi o un gatto che trascorre molto più tempo del solito a leccarsi stanno invece manifestando un disagio che merita attenzione.

Perché evitare creme e farmaci senza una diagnosi?

Davanti a una zona arrossata può essere spontaneo provare ad applicare una crema che abbiamo già in casa oppure utilizzare un prodotto impiegato in passato.

È però importante ricordare che lesioni molto simili possono avere cause completamente differenti.

Un trattamento non appropriato può non solo risultare inutile, ma anche modificare temporaneamente l’aspetto delle lesioni rendendo più difficile comprendere la causa del problema.

La visita dermatologica permette invece di valutare la distribuzione delle lesioni, la presenza di parassiti e l’eventuale necessità di esami specifici.

Allergie croniche: l’obiettivo è il controllo nel tempo

Quando viene diagnosticata una problematica allergica cronica, è importante comprendere che non sempre esiste una soluzione unica e definitiva.

In molti animali l’obiettivo è costruire nel tempo una strategia personalizzata di controllo, che può comprendere prevenzione antiparassitaria, gestione delle infezioni secondarie, cura della barriera cutanea, alimentazione specifica quando indicata e terapie mirate.

Anche conoscere la stagionalità dei sintomi può essere molto utile.

Se ogni anno il nostro cane comincia a grattarsi nello stesso periodo, questa informazione può aiutare il veterinario a ricostruire la storia clinica e programmare una gestione preventiva prima che il problema raggiunga la sua massima intensità.

Quando è il momento di fare una visita?

È consigliabile rivolgersi al veterinario quando il prurito non è più occasionale, tende a ripresentarsi o è accompagnato da altri segnali, come:

  • arrossamenti persistenti;
  • perdita o diradamento del pelo;
  • croste, escoriazioni o altre lesioni cutanee;
  • cattivo odore della pelle;
  • leccamento continuo delle zampe;
  • otiti che tendono a ripresentarsi;
  • secrezioni dalle orecchie;
  • ferite provocate dal grattamento;
  • irrequietezza o cambiamenti nel comportamento.

Non è necessario aspettare che le lesioni diventino molto evidenti. Un problema allergico individuato nelle sue fasi iniziali è generalmente più semplice da gestire e permette soprattutto di limitare il rischio che il continuo grattamento favorisca infiammazioni e infezioni secondarie.

Settembre: non sottovalutiamo un prurito che continua

Con la fine dell’estate è quindi utile osservare non soltanto il mantello, ma anche eventuali cambiamenti nelle abitudini del nostro animale.

Un cane che continua a leccarsi le zampe, che si gratta frequentemente o che presenta problemi ricorrenti alle orecchie, così come un gatto che si lecca più del solito o mostra zone di pelo diradato, potrebbe avere un problema che merita di essere approfondito.

Il prurito, infatti, non è una malattia ma un sintomo e può avere origini molto diverse. Capire cosa lo provoca è fondamentale per scegliere il trattamento corretto e, nei soggetti allergici, impostare una strategia che permetta di controllare il problema anche nel lungo periodo.

Se notate che il vostro cane o gatto si gratta o si lecca più del solito, non aspettate necessariamente che compaiano lesioni importanti: parlarne con il veterinario può aiutare a individuare precocemente la causa e a evitare che un piccolo fastidio diventi un problema più difficile da gestire.


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12/Set/2026

Veterinary MedicAIne: l’Intelligenza Artificiale sta già cambiando la Medicina Veterinaria

Il futuro della Medicina Veterinaria è già iniziato. Diagnosi, monitoraggio, prevenzione, gestione dei dati e organizzazione del lavoro stanno cambiando rapidamente grazie all’Intelligenza Artificiale. Ma il vero tema non è capire se l’AI sostituirà il veterinario: è capire come cambierà il veterinario che saprà utilizzarla bene.

Il 12 settembre 2026, durante l’Assemblea Generale IVSA a Parma, il Dr. Mauro Marmiroli del Centro Veterinario San Martino ha incontrato gli studenti di Medicina Veterinaria provenienti da tutta Italia per il loro incontro annuale.

L’incontro, costruito anche attraverso domande e un questionario interattivo rivolto agli studenti, è partito da una provocazione:

«Da chi preferiresti ricevere una diagnosi?»

Da un veterinario? Da un sistema di Intelligenza Artificiale? Oppure da un veterinario supportato dall’AI?

Una domanda apparentemente semplice, che ha accompagnato tutta la discussione.

Non parliamo soltanto di futuro

Una parte importante della relazione è stata dedicata a dimostrare che l’AI è già entrata nella Medicina Veterinaria.

Nelle stalle da latte, ad esempio, collari, sensori, robot di mungitura, termocamere e sistemi di monitoraggio raccolgono continuamente dati su attività, ruminazione, alimentazione, temperatura, produzione e comportamento degli animali.

Il principio è semplice:

DATI → ANALISI → INFORMAZIONI → DECISIONI

La tecnologia può così individuare una variazione prima ancora che l’allevatore o il veterinario osservino evidenti segni clinici.

Ed è proprio qui che potrebbe avvenire uno dei cambiamenti più importanti:

IERI: animale malato → diagnosi → terapia
DOMANI: animale apparentemente sano → variazione dei dati → allarme → intervento precoce.

Dalla cura alla prevenzione. E dalla prevenzione alla previsione.

L’AI come assistente del veterinario

Anche nella clinica degli animali da compagnia stanno aumentando le applicazioni in diagnostica per immagini, laboratorio, interpretazione degli esami e monitoraggio dei pazienti.

Durante la relazione sono stati mostrati anche esempi molto concreti dell’attività quotidiana: dall’utilizzo dell’AI come supporto nell’interpretazione di un emogasanalisi, fino alla possibilità di sottoporre un’immagine a un sistema di AI per ottenere indicazioni da inserire successivamente nel ragionamento clinico.

Ma il concetto fondamentale è uno:

L’AI può suggerire. Il veterinario deve decidere.

Perché l’Intelligenza Artificiale può anche sbagliare. E il rischio maggiore potrebbe essere proprio quello di fidarsi troppo di una risposta apparentemente autorevole senza valutarla criticamente.

Da qui nasce anche una questione destinata a diventare sempre più importante: se un sistema suggerisce una diagnosi o una scelta terapeutica sbagliata, chi ne assume la responsabilità?

Quando i dati incontrano l’esperienza

Uno degli esempi raccontati da Marmiroli ha riguardato la bovina 1897, scherzosamente definita durante la relazione “la mia vacca”.

Un animale conosciuto da anni e seguito durante un periodo particolarmente critico dopo il parto anche attraverso video inviati dall’allevatore, messaggi WhatsApp e dati provenienti dal sistema di monitoraggio della stalla.

La tecnologia permetteva di osservare l’andamento di alcuni parametri e contribuiva alle decisioni successive.

Ma dietro quei dati rimanevano la conoscenza dell’animale, l’esperienza clinica del veterinario e il rapporto con l’allevatore.

È probabilmente questo uno degli esempi migliori di come potrebbe essere la Medicina Veterinaria dei prossimi anni:

non uomo o macchina, ma uomo + macchina.

Attenzione: la biologia non è un algoritmo

Durante l’incontro è stato mostrato anche il grafico prodotto da un sistema di monitoraggio che indicava il momento teoricamente migliore per inseminare una bovina.

Informazione utilissima. Ma una bovina non è un’equazione matematica.

La variabilità biologica rimane e un algoritmo non può trasformare automaticamente una probabilità in una certezza.

Per questo, accanto all’Intelligenza Artificiale, servirà sempre una buona dose di quella che durante la relazione è stata provocatoriamente definita:

“la giusta intelligenza… umana!”

L’AI potrebbe restituirci anche del tempo

Il cambiamento non riguarderà soltanto diagnosi e prevenzione.

Cartelle cliniche, referti, anamnesi, registrazione dei dati, comunicazioni con i clienti, appuntamenti e attività amministrative occupano oggi una parte importante della giornata.

Sistemi capaci di trascrivere automaticamente una visita e trasferire le informazioni nella cartella clinica, insieme a futuri assistenti digitali – le provocatorie “cybersegretarie” mostrate durante la relazione – potrebbero alleggerire una parte di questo lavoro.

Con un risultato che sarebbe forse ancora più importante della tecnologia stessa:

meno tempo davanti al computer e più tempo davanti al paziente e al cliente.

Possiamo davvero sapere tutto?

La discussione finale con gli studenti ha portato a uno dei temi più interessanti dell’incontro.

La quantità di conoscenze richiesta oggi a un medico veterinario è diventata enorme.

Questo non significa che l’AI possa sostituire lo studio. Al contrario, serviranno solide conoscenze per riuscire a capire cosa chiedere alla macchina, quali risposte sono plausibili, quali devono essere verificate e quando non dobbiamo fidarci.

Il veterinario del futuro non dovrà necessariamente diventare un programmatore.

Dovrà però imparare a utilizzare questi strumenti mantenendo competenza, capacità critica e autonomia decisionale.

Ed è proprio da questa riflessione che nasce il messaggio centrale lasciato da Marmiroli agli studenti:

«Non dobbiamo insegnare ai veterinari a competere con l’Intelligenza Artificiale.
Dobbiamo insegnare loro a lavorare con essa!»

cit.              Dr. Mauro Marmiroli – Assemblea Generale IVSA, Parma, 12 settembre 2026

Il veterinario del futuro sarà ancora profondamente umano

Forse, quindi, la domanda “L’Intelligenza Artificiale sostituirà il veterinario?” è semplicemente la domanda sbagliata.

Quella più interessante è:

«Che cosa saprà fare un veterinario che avrà imparato a utilizzare bene l’Intelligenza Artificiale?»

Avrà probabilmente una capacità di accesso e analisi delle informazioni mai avuta prima.

Ma dovrà continuare a fare ciò che caratterizza profondamente la nostra professione: interpretare il contesto, costruire una relazione con allevatore o proprietario, comprendere l’animale e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.

Perché più crescerà l’Intelligenza Artificiale, più dovremo ricordarci del valore della nostra intelligenza umana.


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09/Set/2026


La fine dell’estate è un buon momento per controllare con particolare attenzione la pelle dei nostri animali. Dopo settimane trascorse tra caldo, umidità, passeggiate, bagni al mare o nei laghi e maggiore permanenza all’aperto, può capitare di notare arrossamenti, perdita di pelo, croste, piccole ferite o zone della cute che il cane o il gatto continua a leccare.

Con il termine “dermatite” indichiamo genericamente un’infiammazione della pelle, ma dietro a manifestazioni apparentemente molto simili possono nascondersi problemi differenti.

Proprio per questo non è sempre possibile capire semplicemente osservando una lesione quale sia la sua origine.

Come riconoscere una dermatite?

La cute sana dovrebbe apparire integra, senza arrossamenti evidenti, croste, secrezioni o cattivo odore. Anche il mantello può fornirci informazioni importanti: normalmente dovrebbe essere uniforme e non presentare improvvise aree di diradamento.

Tra i segnali che possono indicare la presenza di un problema dermatologico troviamo:

  • arrossamento della pelle;
  • prurito;
  • leccamento o mordicchiamento insistente;
  • perdita o diradamento del pelo;
  • croste;
  • piccole pustole;
  • desquamazione;
  • cute particolarmente untuosa;
  • cattivo odore;
  • zone umide o essudative;
  • piccole ferite provocate dal grattamento.

Non tutti questi sintomi devono necessariamente essere presenti contemporaneamente. A volte il problema inizia semplicemente con una piccola zona arrossata che l’animale continua a leccare.

Perché le dermatiti possono essere frequenti alla fine dell’estate?

Durante i mesi estivi la pelle di cane e gatto viene sottoposta a numerosi stimoli.

Caldo e umidità possono modificare il microambiente cutaneo, mentre bagni frequenti, acqua salata, sabbia, vegetazione e maggiore permanenza all’aperto possono contribuire a irritare la cute di alcuni soggetti.

A questo si aggiungono parassiti e allergeni ambientali ancora presenti nel mese di settembre.

Non bisogna però pensare che esista una singola “dermatite estiva”. Le cause possono essere numerose e spesso più fattori possono essere presenti contemporaneamente.

Le principali cause di dermatite

Una dermatite può avere origine parassitaria, allergica, infettiva o irritativa, ma esistono anche altre patologie che possono manifestarsi attraverso alterazioni della pelle e del mantello.

Pulci e altri parassiti rappresentano una delle possibili cause. In alcuni animali anche un numero limitato di punture può provocare un prurito intenso.

Le allergie ambientali o alimentari possono invece determinare infiammazione e prurito persistente, favorendo il continuo leccamento della cute.

In altri casi possono essere presenti infezioni sostenute da batteri o lieviti.

Esistono poi dermatiti conseguenti al contatto con sostanze irritanti, piccoli traumi o condizioni che alterano la normale barriera protettiva della pelle.

Per questo motivo l’aspetto della lesione da solo non è sempre sufficiente per formulare una diagnosi.

Quando la pelle perde la sua funzione di barriera

La cute non è semplicemente il rivestimento esterno del corpo. È un vero e proprio organo che svolge una funzione fondamentale di protezione.

Quando questa barriera viene danneggiata dal prurito, dal leccamento continuo o da un processo infiammatorio, microrganismi normalmente presenti sulla superficie cutanea possono trovare condizioni favorevoli per proliferare.

Possono così comparire infezioni secondarie batteriche o da lieviti, che aumentano ulteriormente infiammazione e prurito.

Il risultato può essere un circolo vizioso: più la pelle è irritata, più l’animale si gratta o si lecca; più si gratta, maggiore è il danno cutaneo.

Attenzione alle dermatiti umide

Durante e subito dopo i mesi caldi può capitare soprattutto nel cane di osservare zone della pelle che diventano rapidamente rosse, umide, dolenti e prive di pelo.

Sono lesioni che possono comparire e aumentare di dimensioni anche in poco tempo perché il cane continua a leccarle o grattarle.

Il mantello folto, l’umidità persistente, i bagni frequenti e la presenza di una causa di prurito possono favorirne lo sviluppo.

In questi casi è importante intervenire rapidamente: sotto il pelo una lesione apparentemente piccola può essere più estesa di quanto sembri.

E nel gatto?

Nel gatto i problemi dermatologici possono essere più difficili da riconoscere.

Il gatto tende infatti a leccarsi frequentemente e spesso lo fa lontano dallo sguardo del proprietario. Il primo segnale può quindi essere semplicemente una zona in cui il pelo appare più corto o diradato.

Altre volte si possono percepire piccole croste durante le carezze oppure osservare lesioni sulla testa, sul collo o in altre parti del corpo.

Anche nel gatto, quindi, un cambiamento del mantello può essere il primo segnale di un problema cutaneo e non dovrebbe essere automaticamente attribuito alla muta.

Controllare la cute anche sotto il pelo

Uno dei problemi è che molte lesioni rimangono nascoste dal mantello, soprattutto nei cani e nei gatti a pelo lungo.

Durante la spazzolatura possiamo approfittarne per osservare alcune zone particolarmente importanti:

  • addome;
  • ascelle;
  • inguine;
  • base della coda;
  • interno delle cosce;
  • spazi tra le dita;
  • collo;
  • zona dietro le orecchie.

Passando delicatamente le mani sul mantello possiamo inoltre percepire croste, piccoli noduli o zone doloranti che altrimenti potrebbero sfuggire.

Il cattivo odore della pelle non è normale

Un segnale spesso sottovalutato è il cambiamento dell’odore della cute.

Se il mantello o alcune zone del corpo iniziano ad avere un odore intenso o insolito, soprattutto in presenza di arrossamento, secrezioni o pelle untuosa, è opportuno approfondire.

Il cattivo odore può infatti essere associato alla proliferazione di batteri o lieviti e non dovrebbe essere semplicemente mascherato con shampoo profumati o altri prodotti cosmetici.

Perché è meglio evitare il fai-da-te?

Davanti a una piccola dermatite può essere spontaneo utilizzare una crema che abbiamo in casa, un disinfettante o un prodotto che aveva funzionato in occasione di un problema precedente.

Il rischio è però quello di trattare soltanto ciò che vediamo senza sapere perché la lesione si è sviluppata.

Una dermatite causata da parassiti, una problematica allergica e un’infezione cutanea possono richiedere approcci molto differenti.

Anche prodotti apparentemente innocui possono irritare ulteriormente la pelle oppure essere leccati e ingeriti dall’animale.

È quindi preferibile evitare l’applicazione di farmaci o prodotti non specificamente indicati dal veterinario.

Cosa può fare il veterinario?

La visita dermatologica parte dall’osservazione della cute e dalla raccolta della storia clinica dell’animale.

È importante sapere quando è comparso il problema, se provoca prurito, se si è già verificato in passato, quali trattamenti antiparassitari vengono utilizzati e se esiste una particolare stagionalità.

Quando necessario, il veterinario può ricorrere a esami specifici per valutare la presenza di parassiti, batteri, lieviti o altre alterazioni.

L’obiettivo non è soltanto far scomparire la lesione visibile, ma individuare e controllare la causa che l’ha provocata.

Questo diventa particolarmente importante quando le dermatiti tendono a ripresentarsi.

Quando è opportuno far controllare la pelle?

È consigliabile richiedere una valutazione quando compaiono:

  • zone molto arrossate;
  • perdita di pelo improvvisa o localizzata;
  • lesioni umide;
  • croste diffuse;
  • secrezioni;
  • cattivo odore;
  • prurito intenso;
  • ferite provocate dal grattamento;
  • dolore al contatto;
  • lesioni che aumentano rapidamente di dimensioni;
  • problemi che migliorano e poi ritornano.

Particolare attenzione va riservata alle lesioni che l’animale continua a leccare o mordicchiare, perché il continuo traumatismo può far peggiorare rapidamente una situazione inizialmente limitata.

La fine dell’estate è un buon momento per controllare la pelle

Settembre può quindi diventare l’occasione per osservare con maggiore attenzione cute e mantello dopo i mesi estivi.

Durante una spazzolatura controlliamo ciò che normalmente rimane nascosto dal pelo e prestiamo attenzione a cambiamenti di colore, odore, consistenza della pelle o comportamento dell’animale.

Una piccola zona arrossata non rappresenta necessariamente un problema importante, ma una lesione che persiste, si estende o provoca prurito merita di essere valutata.

Intervenire precocemente permette spesso di evitare che il continuo leccamento o grattamento favorisca infezioni secondarie e renda il problema più fastidioso e difficile da risolvere.

La salute della pelle è parte integrante del benessere del nostro animale: imparare a osservarla è un semplice gesto di prevenzione che possiamo fare anche a casa.


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07/Set/2026

Quando arriva settembre molti allevatori tirano un sospiro di sollievo.

Le temperature iniziano lentamente a diminuire, le bovine respirano meglio e la situazione sembra tornare alla normalità.

In realtà, dal punto di vista veterinario, proprio in quel momento iniziano a manifestarsi molte delle conseguenze prodotte dal caldo delle settimane precedenti.

Lo stress termico non termina quando termina l’ondata di calore.

Spesso i suoi effetti continuano per mesi.

Fertilità: il conto arriva in ritardo

Uno degli aspetti più evidenti riguarda la riproduzione.

Molti allevatori osservano un peggioramento della fertilità tra settembre e novembre senza collegarlo immediatamente alle condizioni climatiche estive.

Durante i mesi più caldi si verificano infatti alterazioni fisiologiche che influenzano:

  • qualità degli ovociti;
  • sviluppo embrionale precoce;
  • manifestazione dei calori;
  • tasso di concepimento.

Nella pratica aziendale questo si traduce spesso in:

  • più ritorni in calore;
  • minore percentuale di gravidanze;
  • maggiore numero di inseminazioni per concepimento.

In una stalla della provincia di Modena che seguiamo da diversi anni, il miglioramento del sistema di raffrescamento ha coinciso con una progressiva riduzione del tradizionale calo autunnale della fertilità.

Pur essendo impossibile attribuire il risultato ad un singolo fattore, l’azienda ha osservato una maggiore continuità delle performance riproduttive tra estate e autunno.

Mammella e cellule somatiche

Un altro settore particolarmente influenzato è quello della salute mammaria.

Durante i mesi estivi aumentano diversi fattori di rischio:

  • maggiore umidità ambientale;
  • aumento della carica batterica;
  • bovine più stressate;
  • riduzione delle difese immunitarie.

Per questo motivo non è raro osservare tra fine estate e inizio autunno:

  • aumento delle mastiti ambientali;
  • incremento delle cellule somatiche;
  • maggiore variabilità della qualità del latte.

In alcune aziende della provincia di Reggio Emilia abbiamo osservato come il miglioramento della ventilazione nelle aree di riposo abbia contribuito non solo al comfort degli animali ma anche ad una migliore gestione complessiva della sanità mammaria.

Le zoppie che nascono in estate

Le bovine sottoposte a stress da caldo tendono a trascorrere più tempo in piedi.

Questo comportamento favorisce la dispersione del calore corporeo ma aumenta il carico sugli arti.

Il risultato può essere un incremento delle problematiche podali che diventano evidenti nelle settimane successive.

Spesso i casi clinici compaiono in autunno, ma le cause principali si sono sviluppate durante l’estate.

Per questo motivo il monitoraggio delle cuccette, del traffico animale e dei tempi di riposo rappresenta una componente essenziale della prevenzione.

L’importanza delle vacche in asciutta

Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha dimostrato in modo molto chiaro che le vacche asciutte sono particolarmente vulnerabili allo stress termico.

Una asciutta che trascorre l’estate in condizioni non ottimali può presentare nella lattazione successiva:

  • minore produzione;
  • maggior rischio metabolico;
  • maggiore suscettibilità alle malattie del post-parto.

Per questo motivo il team CVSM considera oggi il raffrescamento delle asciutte una priorità gestionale e non un intervento secondario.

Quanto può costare un’estate calda?

La risposta varia enormemente da azienda ad azienda.

Tuttavia, considerando perdita di latte, peggioramento della fertilità, aumento delle mastiti e problematiche podali, il costo complessivo può diventare molto rilevante.

Nelle aziende più performanti che seguiamo nelle province di Parma, Reggio Emilia e Modena osserviamo una caratteristica comune: non attendono l’emergenza.

Programmano gli interventi durante l’inverno e la primavera, verificano l’efficienza degli impianti prima dell’arrivo del caldo e monitorano costantemente gli indicatori di benessere.

Una riflessione finale

Come veterinari buiatri siamo convinti che il cambiamento climatico stia trasformando progressivamente il modo di gestire le bovine da latte.

Lo stress da caldo non può più essere considerato un evento eccezionale.

È ormai una componente strutturale della gestione aziendale.

Le aziende che investiranno nei prossimi anni in comfort, ventilazione, disponibilità di acqua e monitoraggio degli animali non miglioreranno soltanto il benessere della mandria.

Miglioreranno anche la propria sostenibilità economica.

Perché oggi, più che mai, una bovina che sta bene produce meglio, si ammala meno e rimane più a lungo in allevamento.

Approfondimenti scientifici

  • University of Florida IFAS – Heat Stress and Reproduction
  • University of Wisconsin Dairyland Initiative
  • Penn State Extension – Dairy Cow Heat Stress
  • Journal of Dairy Science – Heat Stress Effects on Reproduction and Mammary Health
  • National Academies – Nutrient Requirements of Dairy Cattle

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02/Set/2026


Con la fine dell’estate e il ritorno alla normale routine può capitare di accorgersi che il nostro cane scuote frequentemente la testa, si gratta un orecchio oppure non gradisce più essere accarezzato vicino alla testa. In altri casi ciò che attira la nostra attenzione è un odore insolito proveniente dall’orecchio o la presenza di secrezioni.

Potrebbe trattarsi di un’otite, un problema piuttosto frequente soprattutto nel cane, ma che può interessare anche il gatto.

Settembre è un periodo nel quale vale la pena prestare particolare attenzione alle orecchie dei nostri animali: bagni al mare, nei laghi o in piscina, caldo, umidità, allergie e maggiore attività all’aperto possono infatti contribuire alla comparsa o alla riacutizzazione di problemi auricolari.

È però importante ricordare che non tutte le otiti sono uguali e che dietro a un orecchio infiammato possono esserci cause molto diverse.

Cos’è l’otite?

Con il termine otite si indica un’infiammazione dell’orecchio.

Nel cane e nel gatto la forma che osserviamo più frequentemente è l’otite esterna, che interessa il condotto uditivo esterno. Se il problema viene trascurato o in determinate condizioni, l’infiammazione può però coinvolgere anche strutture più profonde dell’orecchio.

Il condotto uditivo del cane, inoltre, presenta una particolare conformazione anatomica: non è un canale semplicemente diritto verso il timpano, ma possiede una porzione verticale e una orizzontale. Questa caratteristica può favorire, soprattutto nei soggetti predisposti, il ristagno di secrezioni e umidità.

Come possiamo accorgerci che qualcosa non va?

I segnali possono essere abbastanza evidenti, ma nelle fasi iniziali anche molto discreti.

È utile prestare attenzione se il nostro animale:

  • scuote frequentemente la testa;
  • si gratta insistentemente una o entrambe le orecchie;
  • tiene la testa inclinata;
  • presenta arrossamento del padiglione auricolare;
  • ha secrezioni all’interno dell’orecchio;
  • presenta un odore intenso o insolito;
  • manifesta dolore quando tocchiamo l’orecchio;
  • non vuole essere accarezzato sulla testa;
  • sfrega la testa contro mobili, tappeti o divani.

In alcuni casi il cane può diventare improvvisamente insofferente quando proviamo a controllare l’orecchio. Non è necessariamente un cambiamento di carattere: un’otite può essere molto dolorosa.

Perché le otiti possono comparire dopo l’estate?

Durante i mesi estivi molti cani fanno più frequentemente il bagno.

Mare, laghi, fiumi e piscine fanno parte delle vacanze di numerose famiglie e spesso anche i nostri animali partecipano volentieri.

L’acqua che entra nel condotto uditivo e l’umidità che può permanere al suo interno possono contribuire a creare un ambiente favorevole alla proliferazione di microrganismi.

Questo non significa che ogni cane che nuota svilupperà un’otite. Alcuni soggetti, però, sono decisamente più predisposti di altri.

Anche caldo e umidità ambientale possono contribuire a modificare le condizioni del condotto auricolare.

Settembre diventa quindi un buon momento per controllare le orecchie, soprattutto nei cani che durante l’estate hanno trascorso molto tempo in acqua.

Non è sempre colpa dell’acqua

Attribuire automaticamente un’otite ai bagni estivi può però essere fuorviante.

Le cause e i fattori predisponenti possono essere numerosi.

Tra questi troviamo:

  • allergie;
  • parassiti;
  • corpi estranei;
  • eccessiva produzione di cerume;
  • conformazione del condotto uditivo;
  • presenza di molto pelo nella zona auricolare;
  • alterazioni della normale ventilazione del condotto;
  • proliferazione di batteri o lieviti.

In alcuni animali possono essere presenti contemporaneamente più fattori.

Per questo motivo curare semplicemente l’infiammazione senza cercare di comprenderne l’origine può portare a una temporanea risoluzione seguita dalla comparsa di nuovi episodi.

Otiti e allergie: un legame da non sottovalutare

Un aspetto particolarmente importante riguarda il rapporto tra otiti e malattie allergiche.

In alcuni cani l’infiammazione delle orecchie può rappresentare una delle manifestazioni di una problematica allergica e, talvolta, può comparire prima che siano evidenti lesioni cutanee in altre parti del corpo.

Un cane che presenta frequentemente otiti, soprattutto se associate a leccamento delle zampe, arrossamenti della pelle o prurito, potrebbe quindi avere un problema di base che merita di essere approfondito.

In questi casi limitarsi a trattare ogni episodio senza indagare la causa può significare ritrovarsi periodicamente con lo stesso problema.

Attenzione ai corpi estranei

Durante l’estate e nelle passeggiate in campagna un’altra possibile causa di improvviso fastidio auricolare è rappresentata dai corpi estranei vegetali, come le spighe e i forasacchi.

Il segnale tipico può essere uno scuotimento molto improvviso e insistente della testa, spesso comparso durante o subito dopo una passeggiata.

Il cane può grattarsi violentemente un solo orecchio e manifestare evidente fastidio.

In queste situazioni è importante non tentare di raggiungere o estrarre il corpo estraneo con pinzette, cotton fioc o altri strumenti: si rischia di spingerlo più profondamente nel condotto o provocare lesioni.

Batteri e lieviti: perché possono proliferare?

Il condotto uditivo ospita normalmente una propria popolazione microbica. Quando però le condizioni locali cambiano a causa di infiammazione, umidità, allergie o altri fattori, alcuni microrganismi possono proliferare eccessivamente.

Tra questi possono esserci batteri e lieviti, che contribuiscono a mantenere l’infiammazione.

La presenza di materiale scuro, giallastro o particolarmente abbondante, insieme a cattivo odore e arrossamento, può essere un segnale.

L’aspetto delle secrezioni, tuttavia, non permette da solo di stabilire con certezza quale microrganismo sia coinvolto.

Perché la visita è importante?

Quando si sospetta un’otite, il veterinario può esaminare il condotto auricolare e valutare le condizioni dell’orecchio.

L’esame con l’otoscopio consente, quando possibile, di osservare il condotto e il timpano e verificare la presenza di materiale, infiammazione o eventuali corpi estranei.

In molti casi può essere utile anche l’esame citologico del materiale auricolare, che permette di ottenere informazioni sulla presenza di lieviti, batteri e cellule infiammatorie.

Queste informazioni aiutano a scegliere il trattamento più appropriato.

Non tutte le otiti, infatti, richiedono la stessa terapia.

Perché non utilizzare le vecchie gocce?

È una situazione piuttosto comune: il cane ha già avuto un’otite, nell’armadietto è rimasto un flacone di gocce e, quando ricompaiono i sintomi, viene spontaneo utilizzarlo nuovamente.

È però una pratica da evitare.

L’otite attuale potrebbe avere una causa diversa dalla precedente e il prodotto potrebbe non essere indicato. Inoltre, prima di applicare determinati farmaci è importante conoscere le condizioni del condotto uditivo e del timpano.

Anche utilizzare un antibiotico locale senza sapere se esiste realmente un’infezione batterica e quale sia la situazione dell’orecchio non rappresenta una buona strategia.

Un’otite nuova richiede una nuova valutazione.

E i cotton fioc?

Il cotton fioc è uno degli strumenti che associamo maggiormente alla pulizia delle orecchie, ma nel cane e nel gatto non dovrebbe essere introdotto nel condotto uditivo.

Oltre al rischio di provocare piccoli traumi, può spingere cerume e secrezioni più in profondità.

La pulizia delle orecchie deve essere effettuata con prodotti e modalità appropriate e soprattutto non tutti gli animali hanno bisogno della stessa frequenza di pulizia.

Pulire troppo spesso un orecchio sano può irritarlo, mentre nei soggetti predisposti può essere utile un programma specifico indicato dal veterinario.

Come possiamo controllare le orecchie a casa?

Una buona abitudine è osservare periodicamente il padiglione auricolare e la parte visibile dell’ingresso del condotto.

Possiamo controllare:

  • presenza di arrossamento;
  • quantità e colore del cerume;
  • eventuali secrezioni;
  • odore;
  • sensibilità al contatto.

È utile anche conoscere ciò che è normale per il nostro animale. Se controlliamo regolarmente le orecchie sarà più semplice accorgerci di un cambiamento.

Nei cani che amano nuotare o che vengono lavati frequentemente, può essere utile prestare ancora maggiore attenzione dopo il bagno, seguendo le indicazioni del veterinario per la corretta gestione delle orecchie.

E nel gatto?

Le otiti sono generalmente meno frequenti nel gatto rispetto al cane, ma possono comunque verificarsi.

Anche nel gatto possiamo osservare scuotimento della testa, prurito, secrezioni, arrossamento o fastidio quando tocchiamo le orecchie.

Tra le possibili cause possono esserci anche parassiti auricolari, soprattutto in determinati contesti e nei soggetti giovani.

Un gatto che improvvisamente si gratta molto le orecchie o presenta abbondante materiale scuro nel condotto dovrebbe quindi essere controllato.

Quando bisogna rivolgersi rapidamente al veterinario?

Alcuni segnali meritano particolare attenzione.

È consigliabile far controllare l’animale se:

  • scuote continuamente la testa;
  • manifesta dolore evidente;
  • compare improvvisamente un forte fastidio dopo una passeggiata;
  • sono presenti secrezioni abbondanti;
  • l’orecchio emana cattivo odore;
  • il padiglione è molto arrossato o gonfio;
  • l’animale tiene persistentemente la testa inclinata;
  • perde equilibrio o appare disorientato;
  • l’otite continua a ripresentarsi.

I disturbi dell’equilibrio o altri segni neurologici richiedono una valutazione particolarmente tempestiva perché possono indicare il coinvolgimento di strutture più profonde dell’orecchio.

Prevenire significa soprattutto conoscere il proprio animale

Non esiste una routine di pulizia universale adatta a tutti i cani e a tutti i gatti.

Alcuni animali hanno orecchie sane per tutta la vita con pochissimi interventi, mentre altri presentano caratteristiche anatomiche o problemi di base che richiedono controlli più frequenti.

Nei soggetti predisposti è quindi importante concordare con il veterinario come e quando controllare e pulire le orecchie, evitando sia di trascurarle sia di intervenire eccessivamente.

Particolare attenzione deve essere riservata agli animali che hanno già avuto più episodi di otite: la prevenzione delle recidive passa soprattutto dall’identificazione dei fattori che favoriscono il problema.

Dopo l’estate, diamo un’occhiata anche alle orecchie

Settembre è quindi un buon momento per inserire anche le orecchie nel nostro piccolo controllo di fine estate.

Osserviamole, impariamo a riconoscere il loro aspetto e odore normali e facciamo attenzione ai cambiamenti nel comportamento del nostro animale.

Scuotere frequentemente la testa, grattarsi le orecchie o avere un cattivo odore auricolare non sono comportamenti normali da aspettare che passino da soli.

Intervenire precocemente può evitare che una semplice infiammazione diventi più dolorosa e difficile da gestire. E quando le otiti tendono a tornare, il passo più importante non è soltanto curare l’orecchio, ma capire perché quel problema continua a ripresentarsi.





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