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Sofia Coruzzi - Centro Veterinario San Martino

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28/Ott/2026


Chi vive con un gatto sa quanto possa essere difficile accorgersi dei piccoli cambiamenti nelle sue abitudini.
Il gatto è un animale estremamente abitudinario, ma allo stesso tempo è molto bravo ad adattarsi e,
soprattutto, a nascondere i primi segnali di un problema di salute.

Per questo merita attenzione anche una frase apparentemente banale come:

“Ultimamente mi sembra che beva più del solito…”

Un aumento della sete può dipendere da situazioni semplici e transitorie, come un cambiamento
dell’alimentazione o della temperatura ambientale. Ma quando diventa persistente, soprattutto in un gatto
adulto o anziano, può rappresentare uno dei primi segnali di alcune patologie molto comuni.

Quanto dovrebbe bere un gatto?

Rispondere a questa domanda non è così semplice.

La quantità di acqua assunta quotidianamente dipende da numerosi fattori: peso, alimentazione,
temperatura ambientale, attività fisica, stato di salute e quantità di acqua contenuta nel cibo.

Un gatto alimentato prevalentemente con cibo umido introduce già una quantità importante di acqua
attraverso l’alimento e può essere visto raramente vicino alla ciotola.

Un gatto che mangia soprattutto alimento secco, invece, dovrà necessariamente assumere una quota
maggiore di acqua bevendo.

Per questo non è sempre utile concentrarsi esclusivamente sul numero di millilitri bevuti.

Molto spesso il dato più importante è il cambiamento rispetto alle normali abitudini del proprio gatto.

Se un animale che abbiamo sempre visto bere pochissimo improvvisamente visita frequentemente la
ciotola dell’acqua, qualcosa è cambiato.

Il vero segnale è spesso il cambiamento

Convivere quotidianamente con un animale ci permette di conoscerne molto bene le abitudini.

Proprio per questo il proprietario può essere il primo ad accorgersi di variazioni molto sottili.

Potremmo notare che:

* la ciotola dell’acqua si svuota più rapidamente;
* il gatto beve più frequentemente;
* cerca acqua da rubinetti, lavandini o docce;
* rimane più a lungo vicino alla ciotola;
* utilizza più frequentemente la lettiera;
* produce quantità maggiori di urina;
* la sabbia deve essere sostituita più spesso;
* le “palle” di lettiera agglomerante diventano più grandi o numerose.

Quest’ultimo aspetto è particolarmente interessante.

Spesso, infatti, il proprietario si accorge prima dell’aumento della quantità di urina che dell’aumento
della sete. Sete e produzione di urina sono strettamente collegate e, quando aumentano in maniera significativa, si
parla rispettivamente di polidipsia e poliuria. Perché un gatto può iniziare a bere di più?

Le cause possono essere numerose.

Un cambiamento dell’alimentazione, per esempio il passaggio da una dieta umida a una prevalentemente
secca, può modificare fisiologicamente il consumo di acqua.

Anche temperature ambientali più elevate o alcune terapie farmacologiche possono influenzare sete e
produzione di urina.

Ma quando l’aumento persiste senza una spiegazione evidente, è importante valutare la possibilità che
esista un problema medico.

Tra le condizioni che possono determinare un aumento della sete nel gatto troviamo malattia renale
cronica, diabete mellito e ipertiroidismo, oltre ad altre patologie meno frequenti.

Non significa naturalmente che un gatto che beve di più abbia necessariamente una di queste malattie.

Significa però che un cambiamento persistente merita di essere approfondito.

Malattia renale cronica: una condizione frequente nel gatto anziano

La malattia renale cronica è una delle patologie che incontriamo frequentemente nei gatti adulti e
soprattutto anziani.

I reni svolgono numerose funzioni essenziali per l’organismo, tra cui l’eliminazione di prodotti di scarto e la
regolazione dell’equilibrio idrico.

Quando progressivamente perdono parte della propria capacità di concentrare l’urina, il gatto può iniziare
a produrne una quantità maggiore.

Per compensare questa perdita di liquidi, aumenta la sete.

Nelle fasi iniziali il gatto può apparire perfettamente normale.

Mangia, si muove, interagisce con la famiglia e continua a svolgere le proprie attività quotidiane.

Il proprietario potrebbe notare soltanto che beve un po’ più spesso o che la lettiera è più bagnata.

Con la progressione della malattia possono comparire altri segnali, come perdita di peso, riduzione
dell’appetito, vomito, disidratazione o peggioramento della qualità del mantello.

Proprio perché i primi segnali possono essere molto discreti, riconoscere un cambiamento nelle abitudini
può permettere di arrivare prima alla diagnosi.

E se fosse diabete?

Anche il diabete mellito può provocare un marcato aumento della sete e della produzione di urina.

In questo caso il glucosio presente in quantità eccessiva nel sangue può superare la capacità del rene di
trattenerlo e comparire nelle urine.

La presenza di glucosio nelle urine richiama acqua e determina un aumento della produzione urinaria.

Il gatto perde quindi più liquidi e cerca di compensare bevendo maggiormente.

Un segnale che può accompagnare questa situazione è la perdita di peso nonostante un appetito
normale o addirittura aumentato.

Il proprietario potrebbe quindi raccontare:

“Beve tantissimo, mangia volentieri, ma mi sembra dimagrito.”

È un’ associazione di sintomi che merita sempre una valutazione veterinaria.

Anche la tiroide può essere coinvolta

Nei gatti anziani un’altra condizione da considerare è l’ ipertiroidismo.

Si tratta di una patologia caratterizzata da un’ eccessiva produzione di ormoni tiroidei.

Il metabolismo dell’animale accelera e possono comparire diversi cambiamenti.

Il gatto può avere più appetito ma perdere peso, diventare più attivo o irrequieto, vocalizzare
maggiormente e presentare alterazioni gastrointestinali.

In alcuni soggetti aumentano anche sete e produzione di urina.

Ancora una volta, il singolo sintomo non permette di formulare una diagnosi, ma l’insieme dei
cambiamenti raccontati dal proprietario può fornire informazioni preziose.

Non aspettiamo che il gatto sembri malato

Uno degli aspetti più importanti della medicina felina è proprio questo.

Il gatto può convivere a lungo con una patologia senza mostrare sintomi evidenti.

In natura manifestare debolezza può rappresentare uno svantaggio e il comportamento felino tende spesso
a rendere poco apparenti dolore e malessere.

Di conseguenza, aspettare che il gatto “sembri davvero malato” può significare accorgersi del problema
quando è già più avanzato.

Per questo nei gatti adulti e anziani assumono particolare importanza le visite periodiche e gli esami di
controllo, anche quando apparentemente tutto sembra andare bene.

Osserviamo anche il peso

Un’ altra informazione molto importante è il peso corporeo.

Nel gatto la perdita di peso può essere graduale e difficile da riconoscere a occhio, soprattutto negli animali
a pelo lungo.

Vedendolo tutti i giorni, inoltre, possiamo abituarci lentamente al cambiamento.

Pesare periodicamente il gatto può quindi fornire un’ informazione molto utile.

Una perdita di peso apparentemente inspiegabile associata ad aumento della sete, variazioni dell’ appetito
o maggiore produzione di urina dovrebbe essere segnalata al veterinario.

Anche la perdita di massa muscolare, soprattutto lungo la schiena e sugli arti posteriori, può rappresentare
un cambiamento importante nel gatto anziano.

Cosa possiamo osservare nella lettiera?

La lettiera è una vera e propria fonte di informazioni sulla salute del gatto.

Pulirla quotidianamente permette di osservare eventuali cambiamenti nella quantità e nella frequenza
delle urine.

Con una lettiera agglomerante, per esempio, possiamo accorgerci che i grumi sono diventati
progressivamente più grandi.

Ma attenzione: urinare tanto e urinare spesso non significano necessariamente la stessa cosa.

Un gatto che produce grandi quantità di urina può avere un problema completamente diverso rispetto a un
gatto che entra continuamente nella lettiera producendo soltanto poche gocce.

Quest’ultima situazione può essere associata a disturbi delle basse vie urinarie e, soprattutto nel maschio,
la difficoltà o l’ impossibilità di urinare può rappresentare un’ emergenza veterinaria.

Se il gatto entra ripetutamente nella lettiera, si sforza, vocalizza, si lecca insistentemente la zona genitale
ma produce poca o nessuna urina, non bisogna aspettare.

Come si capisce perché beve di più?

Il primo passo è raccogliere attentamente tutte le informazioni.

Da quanto tempo è aumentata la sete?

Il gatto urina di più?

Ha perso peso?

Mangia normalmente?

È cambiato il tipo di alimentazione?

Assume farmaci?

Ci sono stati cambiamenti nel comportamento?

Dopo la visita clinica, il veterinario può valutare l’ opportunità di effettuare esami del sangue e delle
urine e, quando necessario, ulteriori approfondimenti.

Nel gatto adulto o anziano questi controlli possono permettere di identificare alterazioni quando i sintomi
sono ancora molto lievi.

Posso misurare quanto beve a casa?

Quando il gatto vive da solo e utilizza una ciotola tradizionale può essere relativamente semplice misurare
l’acqua introdotta e controllare quanta ne rimane dopo 24 ore.

La situazione diventa più complicata se convivono più animali o se il gatto beve da diverse fonti.

Le fontanelle, molto apprezzate da alcuni gatti, possono rendere ancora più difficile una misurazione
precisa.

Non è però necessario trasformare la casa in un laboratorio.

Spesso è già molto utile poter riferire al veterinario:

“Prima riempivo la ciotola una volta al giorno, adesso devo farlo due volte.”

Oppure:

“Da qualche settimana trovo nella lettiera il doppio dei grumi rispetto a prima.”

Sono informazioni semplici ma potenzialmente molto importanti.

L’ acqua non deve essere limitata

Se ci accorgiamo che il gatto beve molto, non dobbiamo ridurre la quantità di acqua disponibile nel
tentativo di farlo bere meno.

L’aumento della sete può essere un meccanismo attraverso il quale l’organismo cerca di compensare una
maggiore perdita di liquidi.

L’ acqua fresca deve quindi rimanere sempre disponibile.

Il problema non è impedire al gatto di bere: è capire perché sente la necessità di farlo più del solito.

Conoscere le sue abitudini è già prevenzione

Nel gatto i segnali più importanti non sono sempre spettacolari.

A volte non c’è una zoppia evidente, un vomito continuo o un animale completamente abbattuto.

A volte c’ è semplicemente una ciotola che si svuota più velocemente.

Oppure una lettiera più bagnata.

Un gatto che ha perso qualche etto.

Un appetito diverso.

Una nuova abitudine.

Sono proprio questi piccoli cambiamenti a meritare attenzione, soprattutto nei gatti adulti e senior.

Non ogni aumento della sete indica necessariamente una malattia, ma un cambiamento persistente
rispetto alle normali abitudini dell’animale non dovrebbe essere ignorato.

Conoscere ciò che è normale per il proprio gatto è uno degli strumenti più semplici che abbiamo per
accorgerci precocemente di ciò che normale non è più.


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21/Ott/2026


Con l’arrivo dell’autunno cambiano le temperature, aumenta l’umidità e le giornate diventano progressivamente più fredde. È proprio in questo periodo che molti proprietari iniziano a notare qualcosa di diverso nel proprio cane o nel proprio gatto.

Il cane impiega qualche secondo in più ad alzarsi dalla cuccia. Durante la passeggiata parte più lentamente. Il gatto, che fino a qualche mese prima raggiungeva senza difficoltà il davanzale o il suo posto preferito sul divano, sembra pensarci due volte prima di saltare.

Piccoli cambiamenti che spesso vengono attribuiti semplicemente all’età o all’arrivo del freddo.

Ma siamo sicuri che sia soltanto questo?

Dietro una riduzione dell’attività o una maggiore difficoltà nei movimenti può nascondersi un problema molto frequente negli animali adulti e anziani: l’osteoartrosi.

Cos’è l’artrosi?

L’osteoartrosi è una patologia articolare cronica e progressiva caratterizzata da alterazioni che coinvolgono la cartilagine, l’osso e le altre strutture dell’articolazione.

Non si tratta semplicemente di una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento.

Età, conformazione, precedenti traumi, patologie ortopediche, sovrappeso e obesità possono contribuire allo sviluppo o alla progressione della malattia.

Con il tempo l’articolazione può diventare meno efficiente e dolorosa, determinando una progressiva riduzione della mobilità.

Il problema è che questa evoluzione può essere lenta.

Proprio per questo il proprietario può abituarsi gradualmente ai cambiamenti dell’animale senza rendersi conto che dietro quello che sembra semplicemente “invecchiare” può esserci dolore cronico.

Il freddo provoca l’artrosi?

È importante chiarire un punto. Il freddo non è la causa dell’artrosi. Tuttavia, durante i mesi più freddi alcuni proprietari riferiscono di osservare più facilmente rigidità e difficoltà di movimento negli animali che già presentano problemi articolari. In autunno cambiano inoltre le abitudini: le passeggiate possono diventare più brevi, gli animali trascorrono più tempo in casa e l’attività fisica può diminuire. Un animale meno attivo può perdere progressivamente tono muscolare e questo può rendere ancora più difficile la gestione di un problema articolare già presente.

L’arrivo dell’autunno può quindi rappresentare il momento in cui iniziamo ad accorgerci di qualcosa che probabilmente era già presente.

Nel cane il dolore non significa necessariamente zoppia

Quando pensiamo a un cane con dolore articolare immaginiamo spesso un animale che zoppica. La zoppia è certamente un segnale importante, ma non è l’unico. Nelle forme croniche i cambiamenti possono essere molto più discreti.

Il cane potrebbe:

  • essere più lento ad alzarsi dopo aver dormito;
  • mostrare rigidità nei primi passi;
  • esitare prima di salire in automobile;
  • evitare le scale;
  • camminare più lentamente;
  • fermarsi più frequentemente durante la passeggiata;
  • voler tornare a casa prima del solito;
  • avere meno voglia di giocare;
  • cambiare posizione frequentemente quando riposa;
  • mostrare fastidio quando viene toccato in determinate zone.

Un altro elemento interessante è il cambiamento delle abitudini.

Un cane che ha sempre accolto il proprietario correndo verso la porta e improvvisamente preferisce aspettarlo dalla cuccia potrebbe semplicemente essere diventato più tranquillo. Ma potrebbe anche aver imparato che alzarsi velocemente gli provoca dolore.

Sono proprio questi piccoli cambiamenti quotidiani a meritare attenzione.

“È vecchio”: una frase che può farci sottovalutare il problema

Con l’avanzare dell’età è normale che un animale modifichi alcune delle proprie abitudini. Ma vecchiaia e dolore non sono sinonimi. Dire “non sale più le scale perché è vecchio” oppure “non corre più perché ormai ha una certa età” può portarci a considerare inevitabile una condizione che invece merita di essere valutata.

La domanda utile da porsi non è soltanto:

“Quanti anni ha?”

ma anche:

“Rispetto a sei mesi o un anno fa, cosa non riesce più a fare?”

Il confronto con le abitudini precedenti può aiutare a individuare cambiamenti progressivi che, osservati giorno dopo giorno, rischiano di passare inosservati.

Nel gatto riconoscere l’artrosi è ancora più difficile

Se nel cane l’artrosi può essere sottovalutata, nel gatto il problema è spesso ancora meno evidente. Il gatto tende infatti a manifestare il dolore in maniera molto diversa rispetto all’uomo e spesso anche rispetto al cane.

Un gatto con dolore articolare non necessariamente zoppica e quasi mai “ci dice” chiaramente che qualcosa gli fa male.

Più frequentemente modifica il proprio comportamento. Può smettere di raggiungere i punti più alti della casa, utilizzare percorsi diversi oppure effettuare i salti in più passaggi. Un gatto che prima saltava direttamente sul tavolo potrebbe iniziare a utilizzare prima una sedia. Oppure potrebbe scegliere di dormire in un luogo più basso e facilmente raggiungibile.

Sono adattamenti intelligenti che gli permettono di continuare la propria vita evitando i movimenti dolorosi.

Ed è proprio questa capacità di adattamento che può rendere l’artrosi difficile da riconoscere.

Attenzione anche alla lettiera e alla pulizia del mantello

Nel gatto esistono altri segnali particolarmente interessanti. Entrare in una lettiera con bordi alti può diventare difficoltoso. In alcuni casi il gatto può iniziare a sporcare vicino alla lettiera e il comportamento può essere interpretato erroneamente come un problema comportamentale.

Anche la pulizia personale può cambiare. Se girarsi o raggiungere determinate parti del corpo provoca dolore, il gatto può dedicare meno attenzione al grooming. Il mantello può quindi apparire più trascurato, soprattutto nella zona lombare e nella parte posteriore del corpo.

Al contrario, alcuni gatti possono leccare insistentemente una zona dolorante.

Anche irritabilità, maggiore tendenza a nascondersi o minore disponibilità al contatto possono essere segnali da valutare.

Il peso corporeo ha un ruolo importante

Il sovrappeso rappresenta un problema particolarmente importante negli animali con patologie articolari. Un peso eccessivo aumenta il carico sulle articolazioni e può rendere più difficile il movimento.

Ma può instaurarsi anche un vero e proprio circolo vizioso:

dolore → minore movimento → riduzione della massa muscolare → aumento di peso → maggiore difficoltà nel movimento.

Mantenere una buona condizione corporea è quindi uno degli elementi importanti nella gestione a lungo termine dell’animale con artrosi. Questo non significa però sottoporre improvvisamente un cane anziano e dolorante a lunghe passeggiate per farlo dimagrire.

L’attività deve essere regolare, controllata e adeguata alle condizioni del singolo animale.

Movimento sì, ma con regolarità

Quando un animale ha problemi articolari, l’immobilità completa raramente rappresenta la soluzione. Il movimento contribuisce a mantenere tono muscolare, mobilità e qualità della vita. Sono generalmente preferibili attività regolari e moderate rispetto a grandi sforzi concentrati in un’unica giornata. Il classico esempio è il cane che durante la settimana effettua passeggiate molto brevi e nel weekend affronta improvvisamente una lunga escursione. Per un animale con problemi articolari questo cambiamento brusco del carico di lavoro può risultare difficile da gestire. La quantità e il tipo di esercizio devono naturalmente essere adattati all’età, alla patologia e alle condizioni generali dell’animale.

Anche la casa può diventare più facile da vivere

Piccoli cambiamenti nell’ambiente domestico possono aiutare un animale con difficoltà motorie. Per un cane possono essere utili superfici meno scivolose nei punti di passaggio, una cuccia facilmente accessibile e, quando necessario, rampe o sistemi che evitino salti impegnativi.

Per il gatto possiamo invece osservare quali siano i suoi luoghi preferiti e renderli più facilmente raggiungibili. Una sedia, un piccolo gradino o una superficie intermedia possono permettergli di raggiungere il divano o il davanzale senza dover effettuare un unico grande salto. Anche una lettiera con un ingresso più basso può fare una grande differenza per un gatto anziano con difficoltà articolari.

Sono modifiche semplici, ma possono contribuire significativamente alla qualità della vita.

Come si diagnostica l’artrosi?

La valutazione parte dalla storia dell’animale e dall’osservazione dei cambiamenti riferiti dal proprietario. Segue la visita clinica e ortopedica, durante la quale il veterinario può valutare andatura, mobilità articolare, presenza di dolore, massa muscolare e altri elementi utili. Quando necessario possono essere indicati ulteriori approfondimenti diagnostici, come gli esami radiografici.

Una cosa può essere particolarmente utile: registrare con lo smartphone alcuni movimenti dell’animale a casa.

Il cane che fatica ad alzarsi al mattino o il gatto che utilizza uno sgabello per raggiungere il divano potrebbero comportarsi diversamente una volta arrivati in ambulatorio. Un breve video può quindi fornire al veterinario informazioni preziose sulla mobilità nella vita quotidiana.

L’artrosi si può curare?

L’osteoartrosi è una patologia cronica e la sua gestione deve essere costruita nel tempo. L’obiettivo non è soltanto intervenire quando il dolore diventa evidente, ma mantenere il più possibile mobilità, autonomia e qualità della vita. A seconda del singolo caso, il veterinario può valutare strategie che comprendono controllo del peso, attività fisica adeguata, modifiche ambientali, fisioterapia e riabilitazione, supporto nutrizionale e terapie specifiche per il controllo del dolore.

Non esiste quindi una soluzione identica per tutti.

La gestione migliore è spesso multimodale, cioè basata sulla combinazione di diversi interventi adattati alle necessità del singolo animale. È importante anche evitare il fai-da-te con farmaci pImposta immagine in evidenzaresenti in casa: alcuni medicinali utilizzati comunemente nell’uomo possono essere molto pericolosi per cane e gatto.

Impariamo a osservare ciò che non fanno più

L’artrosi è una di quelle patologie nelle quali il proprietario può avere un ruolo fondamentale. Non dobbiamo aspettare necessariamente una zoppia evidente.

A volte il primo segnale è molto più semplice:

il cane non sale più spontaneamente in automobile.

Il gatto non dorme più sul davanzale.

La passeggiata si accorcia.

Le scale vengono evitate.

Il gioco dura meno.

L’animale impiega più tempo ad alzarsi.

Sono piccoli cambiamenti che possono essere facilmente attribuiti all’età o al cambio di stagione, ma che meritano attenzione.

Invecchiare è normale. Vivere con dolore non deve essere considerato inevitabile.

L’autunno, proprio perché può rendere più evidenti alcuni cambiamenti nella mobilità, può essere un buon momento per osservare con maggiore attenzione come si muovono i nostri animali. Riconoscere precocemente i segnali di difficoltà permette di intervenire prima e, soprattutto, di aiutare cane e gatto a mantenere più a lungo una buona qualità della vita.

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14/Ott/2026


Arriva l’autunno e in molte case sembra improvvisamente esserci pelo dappertutto: sul divano, sui vestiti, nelle cucce e negli angoli del pavimento. Chi vive con un cane o un gatto conosce bene il fenomeno della muta stagionale, quel periodo durante il quale il mantello si rinnova e la perdita di pelo può diventare decisamente più evidente. Nella maggior parte dei casi si tratta di un processo del tutto fisiologico. Ma non sempre.

Come possiamo capire se il nostro animale sta semplicemente cambiando il pelo oppure se dietro quella perdita eccessiva si nasconde un problema dermatologico?

La differenza non dipende soltanto dalla quantità di pelo che troviamo in casa. Ci sono altri segnali che è importante imparare a riconoscere.

Perché cane e gatto perdono più pelo in autunno?

Il mantello degli animali non è una struttura statica. Ogni pelo attraversa diverse fasi di crescita, riposo e caduta. Questo ciclo è influenzato da numerosi fattori, tra cui genetica, razza, stato di salute, alimentazione, temperatura e soprattutto fotoperiodo, cioè la durata delle ore di luce durante la giornata. Con l’arrivo dell’autunno e la progressiva riduzione delle ore di luce, l’organismo si prepara alle nuove condizioni ambientali modificando il mantello. Nei soggetti dotati di un sottopelo abbondante il fenomeno può essere particolarmente evidente. Il risultato per il proprietario è molto semplice: più pelo sulla spazzola e più pelo in casa. Questo, da solo, non deve necessariamente preoccupare.

Una muta sempre meno “stagionale”

La situazione, però, è diventata un po’ più complessa per gli animali che vivono prevalentemente in casa. Riscaldamento invernale, aria condizionata, illuminazione artificiale e temperature domestiche relativamente costanti modificano gli stimoli ambientali ai quali cane e gatto sono esposti. Per questo motivo alcuni animali, soprattutto quelli che trascorrono gran parte della giornata in appartamento, possono perdere pelo praticamente durante tutto l’anno, con periodi di maggiore intensità in primavera e autunno.

La presenza di pelo in casa, quindi, non significa automaticamente che esista una patologia dermatologica.

Bisogna guardare l’animale, non soltanto il pavimento. Quando la perdita di pelo può essere considerata normale? Durante una normale muta stagionale il pelo tende a cadere in maniera abbastanza uniforme. La cute sottostante dovrebbe apparire sana, senza arrossamenti evidenti, croste o lesioni. L’animale inoltre non dovrebbe mostrare un prurito significativo.

Possiamo quindi osservare una grande quantità di pelo sulla spazzola pur avendo davanti un cane o un gatto con un mantello apparentemente sano.

In questi casi una spazzolatura regolare aiuta a rimuovere il pelo morto, favorisce la cura del mantello e permette anche al proprietario di controllare più attentamente la cute. Ed è proprio durante questi momenti che possiamo accorgerci precocemente di qualcosa di diverso.

Quando invece dobbiamo prestare attenzione?

Ci sono alcuni segnali che non dovrebbero essere attribuiti automaticamente alla muta. In particolare:

* aree in cui il pelo diventa progressivamente più rado;

* zone completamente prive di pelo;

* perdita di pelo molto localizzata;

* prurito intenso;

* leccamento o mordicchiamento continuo;

* cute arrossata;

* presenza di croste;

* forfora particolarmente abbondante;

* cattivo odore della cute;

* comparsa di pustole o piccole lesioni;

* pelo opaco, fragile o che si spezza facilmente;

* lesioni che tendono ad allargarsi.

In presenza di uno o più di questi segnali, potremmo non trovarci più davanti a una semplice muta stagionale.

Il prurito è uno dei segnali più importanti.

Un cane o un gatto che perde pelo perché sta effettuando la normale muta non dovrebbe trascorrere gran parte della giornata a grattarsi. Quando compare un prurito importante bisogna quindi chiedersi quale ne sia la causa. Il proprietario può osservare l’animale mentre si gratta con le zampe, ma il prurito può manifestarsi anche in altri modi. Il cane può mordicchiarsi le zampe, strofinare il muso, leccarsi ripetutamente una parte del corpo o sfregarsi contro mobili e tappeti.

Nel gatto la situazione può essere ancora meno evidente.

Un aumento del grooming può sembrare semplicemente una maggiore attenzione alla pulizia, mentre in realtà il gatto potrebbe leccarsi perché avverte prurito o fastidio. Con il tempo il continuo leccamento può determinare diradamento o completa perdita del pelo in alcune zone.

Pulci: anche in autunno

Tra le prime cause da considerare quando compaiono prurito e perdita di pelo ci sono i parassiti. Come abbiamo visto parlando di prevenzione antiparassitaria, le pulci non scompaiono automaticamente con la fine dell’estate. Gli ambienti domestici riscaldati possono consentire al loro ciclo vitale di continuare anche durante i mesi più freddi. Inoltre, negli animali affetti da dermatite allergica da pulce, anche un numero limitato di punture può essere sufficiente a provocare un prurito molto intenso.

Il fatto di non vedere pulci sul mantello non permette quindi di escluderle con certezza.

Questo è particolarmente vero nel gatto, che attraverso il grooming può rimuovere rapidamente molti parassiti adulti.

Non tutte le dermatiti sono uguali

La perdita di pelo può essere la conseguenza di numerose condizioni dermatologiche. Parassiti, infezioni batteriche o fungine, allergie, alterazioni della barriera cutanea e altre patologie possono determinare manifestazioni apparentemente simili.

Due animali che arrivano alla visita entrambi con “pelo che cade” possono quindi avere problemi completamente differenti.

È per questo che affidarsi esclusivamente all’aspetto della lesione o cercare di risolvere il problema con prodotti utilizzati in passato può essere fuorviante. La cute può reagire in modo simile a cause molto diverse.

Allergie: attenzione se il problema ritorna

In alcuni animali il prurito e le manifestazioni dermatologiche possono presentare una certa stagionalità. Se ogni anno, nello stesso periodo, il cane ricomincia a grattarsi, leccarsi le zampe o sviluppare arrossamenti, questo elemento può essere molto utile da riferire al veterinario. Anche le allergie alimentari e ambientali possono infatti manifestarsi con prurito, infiammazione cutanea e infezioni secondarie. Le zone frequentemente interessate possono comprendere zampe, muso, ascelle, inguine e orecchie.

Per questo anche otiti che tendono a ripresentarsi insieme ai problemi cutanei possono rappresentare un’informazione importante.

E se il pelo cade senza prurito?

La perdita di pelo non è sempre associata al prurito. In alcune situazioni possiamo osservare un progressivo diradamento del mantello senza che l’animale sembri particolarmente infastidito. In questi casi il veterinario può valutare anche cause non strettamente dermatologiche. Alcune alterazioni ormonali o metaboliche, per esempio, possono modificare la qualità e il ciclo di crescita del pelo. Il tipo di distribuzione dell’alopecia, l’età dell’animale, eventuali cambiamenti del peso corporeo, della sete, dell’appetito, dell’attività e altri sintomi possono contribuire a indirizzare gli approfondimenti.

La cute e il mantello, infatti, possono talvolta raccontarci qualcosa che riguarda l’organismo nel suo complesso.

Nel gatto attenzione all’eccessivo grooming. Il gatto merita un discorso particolare. Quando un proprietario vede una zona con poco pelo può pensare immediatamente che il pelo “sia caduto”. In realtà, in alcuni casi è stato il gatto stesso a rimuoverlo attraverso un leccamento eccessivo. Il grooming può aumentare in presenza di prurito, parassiti, allergie o dolore, ma anche alcune condizioni comportamentali possono contribuire. Capire se il pelo è caduto spontaneamente oppure è stato spezzato o rimosso dal continuo leccamento può quindi fornire informazioni importanti durante la visita dermatologica.

La spazzola può diventare uno strumento di prevenzione.

Spazzolare regolarmente cane e gatto durante il periodo della muta non serve soltanto a ridurre la quantità di pelo presente in casa. È anche un’ottima occasione per osservare attentamente la cute. Possiamo controllare se sono presenti:

* piccoli noduli;

* croste;

* arrossamenti;

* parassiti;

* zone doloranti;

* aree con pelo più rado;

* lesioni che normalmente rimangono nascoste dal mantello.

Nei cani a pelo lungo o molto fitto alcune alterazioni cutanee possono infatti diventare visibili soltanto quando il pelo viene separato con attenzione.

Un controllo regolare permette quindi di accorgersi prima di eventuali cambiamenti.

Attenzione ai bagni e ai prodotti fai-da-te.

Quando il pelo cade molto, può essere spontaneo pensare che un bagno frequente possa risolvere il problema. La gestione del mantello deve però rispettare le caratteristiche della cute dell’animale. Prodotti non adeguati o lavaggi eccessivamente frequenti possono alterare la barriera cutanea e peggiorare alcune condizioni dermatologiche.

In particolare, non dovrebbero essere utilizzati shampoo o prodotti destinati all’uomo, perché la cute di cane e gatto presenta caratteristiche differenti.

Se esiste già una dermatite, inoltre, il veterinario può indicare prodotti specifici e modalità di utilizzo diverse a seconda del problema.

Anche l’alimentazione conta, ma attenzione alle soluzioni miracolose

Una dieta completa ed equilibrata è fondamentale per la salute della cute e del mantello. Proteine, acidi grassi essenziali, vitamine e minerali partecipano al normale mantenimento della barriera cutanea e alla crescita del pelo.

Questo però non significa che ogni perdita di pelo possa essere risolta semplicemente aggiungendo un integratore.

Prima di intervenire è importante capire perché il pelo sta cadendo. Se alla base esistono parassiti, un’allergia, un’infezione o una patologia sistemica, l’integrazione da sola non risolverà la causa.

Quando è il momento di rivolgersi al veterinario?

Una perdita di pelo uniforme durante il normale periodo della muta, in un animale che non presenta prurito e ha una cute sana, generalmente non rappresenta un segnale preoccupante. È invece consigliabile approfondire quando la perdita di pelo è associata a:

prurito importante, arrossamenti, croste, cattivo odore, lesioni, alopecia localizzata, cambiamenti improvvisi del mantello o alterazioni dello stato generale dell’animale.

Anche la durata è importante.

Una perdita di pelo che continua a peggiorare o che non segue l’andamento abituale degli anni precedenti merita attenzione. Durante la visita il veterinario può valutare cute e mantello e, quando necessario, effettuare o proporre esami specifici per individuare la causa del problema.

Guardiamo la cute, non soltanto il pelo sul divano

Durante la muta autunnale è perfettamente normale ritrovarsi a utilizzare più spesso aspirapolvere e spazzola. La quantità di pelo persa può essere sorprendente, soprattutto in alcune razze. Ma il vero elemento da osservare non è semplicemente quanto pelo troviamo in casa. Dobbiamo chiederci:

Come appare la cute?

Il pelo sta ricrescendo normalmente?

Il cane o il gatto si gratta?

Ci sono zone senza pelo?

Sono comparse croste, arrossamenti o lesioni?

Il comportamento dell’animale è cambiato?

Sono queste informazioni che aiutano a distinguere una normale muta stagionale da qualcosa che merita un approfondimento.

Perché perdere pelo in autunno può essere del tutto normale. Perdere pelo insieme a prurito, lesioni o cambiamenti della cute, invece, non dovrebbe essere considerato semplicemente “cambio di stagione”.


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07/Ott/2026


Con la fine dell’estate e l’arrivo delle prime giornate fresche, molti proprietari di cani e gatti iniziano a pensare che sia arrivato il momento di sospendere i trattamenti antiparassitari. Le passeggiate sotto il sole estivo sono ormai un ricordo, le temperature diminuiscono e pulci e zecche vengono spesso considerate un problema tipicamente primaverile ed estivo.

Ma è davvero così?

In realtà, l’arrivo dell’autunno non coincide automaticamente con la scomparsa dei parassiti. Le condizioni climatiche degli ultimi anni, caratterizzate spesso da autunni miti e periodi di caldo che si prolungano ben oltre settembre, possono consentire a pulci e zecche di rimanere attive più a lungo di quanto immaginiamo.

Inoltre, mentre le zecche sono strettamente influenzate dalle condizioni ambientali esterne, le pulci possono trovare proprio nelle nostre abitazioni un ambiente ideale per continuare il proprio ciclo vitale.

Per questo motivo la decisione di sospendere un antiparassitario non dovrebbe dipendere semplicemente dalla data sul calendario, ma dal rischio reale a cui è esposto ogni singolo animale.

Zecche: il rischio non finisce necessariamente con l’estate

Uno degli errori più comuni è pensare che le zecche siano presenti esclusivamente nei mesi più caldi.

La loro attività è influenzata da temperatura, umidità, specie di zecca e caratteristiche dell’ambiente. In presenza di condizioni favorevoli, alcune zecche possono quindi continuare a essere attive anche durante l’autunno.

Questo significa che una passeggiata in una giornata mite di ottobre può rappresentare ancora un’occasione di esposizione.

Particolare attenzione va riservata ai cani che frequentano regolarmente prati, boschi, sentieri, aree con vegetazione alta, parchi e zone rurali, soprattutto quando questi ambienti sono frequentati anche da animali selvatici.

Dopo una passeggiata può essere utile controllare accuratamente il mantello del cane. Le zecche tendono a localizzarsi soprattutto nelle zone dove la cute è più sottile o facilmente raggiungibile: testa, collo, padiglioni auricolari, ascelle, inguine e spazi tra le dita sono alcune delle aree da osservare con maggiore attenzione.

Nei cani a pelo lungo o particolarmente folto, naturalmente, individuarle può essere più difficile.

Perché una zecca non è soltanto un fastidio.

La presenza di una zecca sulla cute non deve essere considerata soltanto un problema locale.

Durante il pasto di sangue alcune specie possono trasmettere agenti responsabili di malattie importanti. Tra quelle più conosciute troviamo ehrlichiosi, anaplasmosi e babesiosi, anche se il rischio e la diffusione delle diverse patologie variano in funzione dell’area geografica e delle specie di zecca presenti.

In alcuni casi i sintomi possono essere inizialmente poco specifici: stanchezza, febbre, riduzione dell’appetito o cambiamenti nel comportamento dell’animale.

È quindi importante non sottovalutare l’esposizione alle zecche e ricordare che prevenire il morso significa anche ridurre il rischio di trasmissione di alcune malattie.

 

Se si trova una zecca attaccata all’animale, inoltre, è importante rimuoverla correttamente, evitando rimedi improvvisati che possono rendere più difficile l’operazione.

Pulci: quando fuori fa freddo, dentro casa può essere ancora estate

Per le pulci il discorso è ancora più interessante.

Quando pensiamo a un’infestazione da pulci immaginiamo normalmente gli insetti adulti presenti sul cane o sul gatto. In realtà, una parte fondamentale del ciclo biologico della pulce avviene nell’ambiente.

Uova, larve e pupe possono trovarsi nei luoghi frequentati dall’animale: cucce, tappeti, divani, coperte, fessure del pavimento e altre zone della casa.

Ed è proprio qui che l’autunno può giocare un ruolo importante.

Quando iniziamo ad accendere il riscaldamento, le nostre abitazioni continuano a offrire condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo delle pulci. Per loro, quindi, il fatto che all’esterno le temperature siano diminuite può avere un’importanza relativa.

Questo spiega perché un cane o un gatto possa avere pulci anche in pieno autunno o durante i mesi più freddi.

Una volta che il ciclo del parassita si è stabilito nell’ambiente domestico, eliminarlo può richiedere tempo e una gestione accurata non soltanto dell’animale, ma anche degli ambienti nei quali vive.

Nel gatto le pulci possono passare inosservate

Nel gatto riconoscere la presenza delle pulci può essere particolarmente difficile.

Il gatto dedica molto tempo alla pulizia del proprio mantello e può rimuovere parte dei parassiti adulti attraverso il grooming. Di conseguenza, il proprietario può non vedere direttamente le pulci pur essendo presente un problema.

A volte sono altri segnali a far nascere il sospetto: prurito, leccamento insistente, piccole croste, irritazione cutanea o perdita di pelo.

In alcuni animali particolarmente sensibili, anche poche punture possono essere sufficienti a provocare una reazione importante.

Dermatite allergica da pulce: quando basta una puntura

Uno dei problemi più comuni associati alle pulci è la dermatite allergica da pulce, una reazione di ipersensibilità nei confronti di componenti presenti nella saliva del parassita.

Negli animali allergici il problema non dipende necessariamente dalla presenza di decine di pulci: anche un’esposizione limitata può essere sufficiente a provocare prurito intenso e lesioni cutanee.

Il cane può grattarsi, mordicchiarsi o leccarsi ripetutamente, soprattutto in determinate zone del corpo. Nel gatto le manifestazioni possono essere differenti e talvolta meno evidenti per il proprietario.

Per questo motivo, davanti a un animale che improvvisamente presenta un forte prurito, l’assenza di pulci visibili non permette da sola di escludere il problema.

Le pulci possono trasmettere anche altri parassiti

C’è poi un altro aspetto spesso poco conosciuto.

Le pulci possono partecipare al ciclo di Dipylidium caninum, un verme intestinale che può infestare cane e gatto.

L’animale può ingerire accidentalmente una pulce infetta mentre si lecca o si mordicchia il mantello. In questo modo il parassita intestinale può completare il proprio ciclo.

È un buon esempio di come la prevenzione antiparassitaria non riguardi soltanto ciò che vediamo sulla cute dell’animale, ma possa avere implicazioni più ampie per la sua salute.

 

Quindi dobbiamo utilizzare l’antiparassitario tutto l’anno?

Non esiste una risposta uguale per ogni cane e ogni gatto.

Il rischio deve essere valutato considerando diversi fattori:

* ambiente in cui vive l’animale;

* accesso all’esterno;

* frequentazione di prati, boschi e aree verdi;

* presenza di altri animali in casa;

* viaggi e spostamenti;

* precedenti infestazioni;

* presenza di parassiti nell’ambiente;

* condizioni climatiche della zona;

* caratteristiche individuali e stato di salute dell’animale.

Un gatto che vive esclusivamente in appartamento avrà un profilo di rischio diverso rispetto a un gatto che entra ed esce liberamente. Allo stesso modo, un cane che passeggia prevalentemente in città avrà un’esposizione differente rispetto a un cane che ogni settimana accompagna il proprietario nei boschi o in campagna.

La prevenzione dovrebbe quindi essere personalizzata.

Anche la scelta del prodotto non dovrebbe essere casuale. Esistono formulazioni, principi attivi, modalità di somministrazione e durate d’azione differenti. Un prodotto adatto a un determinato animale o stile di vita non è necessariamente la soluzione migliore per un altro.

Particolare attenzione deve essere posta anche quando cani e gatti convivono nella stessa abitazione: alcuni principi attivi utilizzati nel cane possono essere pericolosi per il gatto, motivo per cui è sempre opportuno seguire le indicazioni del veterinario e utilizzare correttamente i prodotti prescritti o consigliati.

La prevenzione non dovrebbe seguire soltanto il calendario.

L’idea di utilizzare l’antiparassitario “da primavera a fine estate” è semplice e facile da ricordare, ma non sempre corrisponde alla reale esposizione dell’animale.

Un ottobre particolarmente mite può mantenere attive le zecche. Una casa riscaldata può permettere alle pulci di continuare il proprio ciclo. Un viaggio, una passeggiata nei boschi o la presenza di altri animali possono modificare ulteriormente il rischio.

Per questo, prima di sospendere automaticamente la prevenzione con l’arrivo dell’autunno, può essere utile chiedersi dove vive il nostro animale, quali ambienti frequenta e a quali parassiti può essere realmente esposto.

Controllare periodicamente il mantello, osservare la comparsa di prurito o lesioni cutanee e verificare che la protezione utilizzata sia ancora adeguata sono semplici abitudini che aiutano a proteggere cane e gatto durante tutto l’anno.

Perché quando si parla di parassiti, la stagione conta, ma conta ancora di più il rischio reale del singolo animale.


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30/Set/2026


Ogni anno, il 28 settembre si celebra la Giornata Mondiale della Rabbia (World Rabies Day), un appuntamento internazionale dedicato alla sensibilizzazione e alla prevenzione di una delle malattie infettive più conosciute e, allo stesso tempo, più temute.

Per chi vive in Italia la rabbia può sembrare una malattia lontana, appartenente al passato o limitata ad altre parti del mondo. In realtà continua a rappresentare un importante problema di sanità pubblica a livello internazionale e la sua prevenzione rimane fondamentale, soprattutto in un’epoca in cui persone e animali viaggiano sempre più frequentemente da un Paese all’altro.

La Giornata Mondiale della Rabbia diventa quindi una buona occasione per ricordare cos’è questa malattia, come si trasmette, perché è così pericolosa e soprattutto quale ruolo hanno vaccinazione e corretta gestione degli spostamenti degli animali.

Che cos’è la rabbia?

La rabbia è una malattia virale che colpisce il sistema nervoso centrale dei mammiferi, compreso l’uomo.

Può interessare numerose specie animali, domestiche e selvatiche.

Il virus responsabile appartiene al genere Lyssavirus e, dopo essere entrato nell’organismo, può raggiungere progressivamente il sistema nervoso centrale.

Uno degli aspetti che rende questa malattia particolarmente grave è il fatto che, una volta comparsi i sintomi clinici, l’evoluzione è quasi sempre fatale.

Per questo motivo, quando si parla di rabbia, la parola fondamentale è una sola: prevenzione.

Come si trasmette?

Il virus della rabbia è presente soprattutto nella saliva degli animali infetti.

La modalità di trasmissione più conosciuta è il morso, attraverso il quale la saliva contenente il virus entra nei tessuti.

La trasmissione può avvenire anche quando saliva infetta entra in contatto con una ferita o con le mucose.

Il semplice contatto con un animale non significa quindi automaticamente essere stati esposti alla rabbia: ciò che conta è la modalità con cui è avvenuto il contatto.

In caso di morso o contatto sospetto con un animale, soprattutto durante un viaggio in un Paese nel quale la rabbia è presente, è però fondamentale rivolgersi immediatamente ai servizi sanitari, senza attendere la comparsa di sintomi.

Quali animali possono trasmetterla?

La situazione varia notevolmente nelle diverse aree del mondo.

In molti Paesi il cane rappresenta ancora il principale responsabile della trasmissione della rabbia all’uomo. In altre aree possono avere un ruolo importante anche animali selvatici.

Volpi, pipistrelli e altri mammiferi possono essere coinvolti nel mantenimento e nella diffusione del virus a seconda dell’area geografica.

Questo è uno dei motivi per cui, quando viaggiamo con il nostro animale, è importante evitare contatti con cani e gatti randagi o con animali selvatici di cui non conosciamo lo stato sanitario.

La situazione in Italia

L’Italia è attualmente considerata indenne dalla rabbia, un risultato raggiunto grazie a sorveglianza, prevenzione e campagne di controllo.

Questo dato non deve però portarci a considerare la malattia definitivamente scomparsa o irrilevante.

La rabbia continua infatti a circolare in diverse parti del mondo e la movimentazione internazionale di persone e animali rende necessaria una costante attenzione.

Anche in Europa la situazione epidemiologica non è identica in tutti i Paesi e può cambiare nel tempo.

Per questo, prima di viaggiare, è sempre opportuno verificare le informazioni aggiornate relative alla destinazione.

Perché è ancora importante parlarne?

Oggi è molto comune portare il proprio cane in vacanza all’estero e, anche se meno frequentemente, viaggiare con il gatto.

Automobile, camper, traghetto e aereo hanno reso gli spostamenti con gli animali sempre più semplici.

Ma attraversare una frontiera con un animale significa anche rispettare precisi requisiti sanitari.

La vaccinazione contro la rabbia è uno degli strumenti fondamentali utilizzati per ridurre il rischio di diffusione della malattia attraverso gli spostamenti internazionali.

La vaccinazione antirabbica

La vaccinazione rappresenta uno dei più efficaci strumenti di prevenzione della rabbia.

Per i cani e i gatti che rimangono in Italia l’obbligatorietà può dipendere da specifiche situazioni o disposizioni, mentre per gli spostamenti internazionali la vaccinazione antirabbica assume un ruolo fondamentale.

Per viaggiare all’interno dell’Unione Europea con cane, gatto o furetto devono essere rispettati determinati requisiti.

Tra questi rientrano generalmente:

  • corretta identificazione dell’animale tramite microchip;
  • passaporto europeo per animali da compagnia;
  • vaccinazione antirabbica valida;
  • rispetto delle tempistiche previste dalla normativa.

È importante sottolineare proprio quest’ultimo punto.

Non vacciniamo il giorno prima di partire

Uno degli errori che possono creare problemi è iniziare a informarsi sui documenti necessari pochi giorni prima della partenza.

Nel caso della prima vaccinazione antirabbica, infatti, è necessario rispettare un periodo di attesa prima che la vaccinazione sia considerata valida ai fini dello spostamento internazionale.

Per questo motivo, se sappiamo già che nei prossimi mesi porteremo il nostro cane o gatto all’estero, è bene organizzarsi con anticipo.

Il veterinario potrà controllare identificazione, documentazione e stato vaccinale dell’animale e indicare le tempistiche da rispettare.

Il passaporto europeo per gli animali

Per molti proprietari la parola “passaporto” fa pensare esclusivamente ai documenti necessari per le persone, ma anche i nostri animali possono avere un proprio documento sanitario per gli spostamenti internazionali.

Il passaporto europeo per animali da compagnia contiene informazioni relative all’identificazione dell’animale e alla vaccinazione antirabbica, oltre agli altri dati previsti.

Non va confuso con il semplice libretto sanitario.

Se quindi stiamo programmando una vacanza all’estero con il nostro animale, è opportuno verificare per tempo di possedere tutta la documentazione necessaria.

E se viaggiamo fuori dall’Unione Europea?

Qui la situazione può diventare più complessa.

Ogni Paese può stabilire specifici requisiti per l’ingresso degli animali e, in alcuni casi, possono essere richiesti ulteriori certificati, esami o particolari procedure sanitarie.

Per alcune destinazioni può essere necessaria anche la titolazione degli anticorpi contro il virus della rabbia.

Inoltre, non bisogna pensare soltanto all’ingresso nel Paese di destinazione: è importante conoscere anche le condizioni necessarie per rientrare successivamente in Italia o nell’Unione Europea.

Organizzare un viaggio internazionale con il proprio animale dovrebbe quindi iniziare diverse settimane, e in alcuni casi mesi, prima della partenza.

Cosa fare se un animale viene morso all’estero?

Durante una vacanza può capitare che il nostro cane entri in contatto con un animale randagio o selvatico.

Un morso non dovrebbe essere sottovalutato.

Oltre ai normali rischi legati alle ferite e alle infezioni batteriche, in determinate aree geografiche deve essere considerato anche il rischio rabbia.

In caso di morso o contatto sospetto è quindi importante rivolgersi rapidamente a un veterinario locale, comunicando anche lo stato vaccinale dell’animale.

Evitare il contatto con animali selvatici o randagi rimane comunque una delle più semplici misure di prevenzione durante i viaggi.

Rabbia e comportamento degli animali

Nell’immaginario collettivo l’animale con rabbia viene spesso rappresentato come estremamente aggressivo.

In realtà le manifestazioni cliniche possono essere diverse.

Le alterazioni del comportamento possono comprendere aggressività, agitazione o reazioni anomale, ma possono comparire anche debolezza, difficoltà nella deglutizione, paralisi e altri segni neurologici.

Per questo non bisogna basarsi sull’aspetto di un animale per stabilire se possa rappresentare o meno un rischio.

Un animale selvatico che mostra un comportamento insolitamente confidente o un animale normalmente docile che manifesta improvvise alterazioni neurologiche non dovrebbe essere avvicinato o manipolato senza precauzioni.

Una malattia che riguarda animali e persone

La rabbia rappresenta uno degli esempi più chiari del concetto di One Health, secondo il quale salute umana, salute animale e ambiente sono strettamente collegati.

Proteggere gli animali attraverso la vaccinazione significa contribuire anche alla protezione delle persone.

È proprio la vaccinazione dei cani, insieme alla sorveglianza sanitaria e alle campagne di controllo, ad aver permesso di ridurre enormemente la diffusione della malattia in molti Paesi.

La prevenzione veterinaria assume quindi un valore che va oltre la protezione del singolo animale.

28 settembre: un’occasione per ricordare l’importanza della prevenzione

La Giornata Mondiale della Rabbia non deve creare allarmismo, soprattutto in un Paese come l’Italia dove la situazione epidemiologica è favorevole.

Serve invece a ricordarci che una malattia può essere tenuta sotto controllo proprio perché esistono prevenzione, vaccinazione e sorveglianza.

Per chi vive con un cane o un gatto il messaggio pratico è semplice: se abbiamo in programma un viaggio all’estero, informiamoci con largo anticipo.

Destinazione, durata del viaggio e Paesi attraversati possono determinare requisiti differenti.

Prima di partire è quindi opportuno verificare microchip, passaporto, vaccinazione antirabbica e validità della documentazione, chiedendo al veterinario quali siano gli adempimenti necessari per il nostro animale e consultando le disposizioni ufficiali aggiornate del Paese di destinazione.

La rabbia oggi può sembrarci lontana. Continuare a prevenirla è il modo migliore per far sì che rimanga tale.


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23/Set/2026


Settembre è il mese del rientro. Finiscono le vacanze, riprendono il lavoro e la scuola e, poco alla volta, anche cani e gatti tornano alle loro normali abitudini quotidiane.

L’estate, però, può aver modificato diversi aspetti della loro routine: viaggi, soggiorni al mare o in montagna, giornate trascorse maggiormente all’aperto, caldo intenso, cambiamenti nell’alimentazione e nell’attività fisica. Per alcuni animali ci sono stati anche soggiorni in pensione o spostamenti in ambienti completamente diversi da quelli abituali.

Proprio per questo settembre può essere un buon momento per fare il punto sulla salute del nostro animale.

Non significa necessariamente sottoporlo a una lunga serie di esami. Un check-up parte innanzitutto dall’osservazione: peso, appetito, sete, cute, orecchie, bocca, movimento e comportamento sono tutti elementi che possono raccontarci qualcosa sul suo stato di salute.

Il primo controllo possiamo iniziarlo a casa

Chi vive ogni giorno con un animale è spesso la persona più adatta ad accorgersi che qualcosa è cambiato.

Allo stesso tempo, proprio perché lo vediamo quotidianamente, alcuni cambiamenti molto graduali possono passare inosservati.

Un cane che aumenta lentamente di peso, un gatto che comincia a bere un po’ più del solito o un animale anziano che progressivamente riduce la propria attività possono modificare le proprie abitudini in modo così graduale da farci considerare normale una situazione che prima era diversa.

Al rientro dalle vacanze possiamo quindi porci alcune semplici domande:

  • il peso è rimasto stabile?
  • mangia con il solito appetito?
  • beve più o meno rispetto a qualche mese fa?
  • urina e defeca normalmente?
  • cute e mantello sono in buone condizioni?
  • si gratta o si lecca più frequentemente?
  • le orecchie hanno un aspetto e un odore normali?
  • denti e gengive sono in buone condizioni?
  • si muove e gioca come prima?
  • si stanca maggiormente durante le passeggiate?
  • abbiamo notato qualche cambiamento nel comportamento?

Una singola variazione non significa necessariamente che ci sia una malattia. Un cambiamento persistente rispetto alle normali abitudini del nostro animale, però, merita attenzione.

Partiamo dal peso

Il peso è uno dei parametri più semplici da controllare e allo stesso tempo uno dei più importanti.

Durante le vacanze le abitudini possono cambiare parecchio.

Ci sono cani che in montagna camminano molto più del solito e altri che, a causa del caldo, trascorrono gran parte della giornata in casa. Anche l’alimentazione può cambiare: qualche premio in più, piccoli assaggi dalla tavola, orari differenti o più persone che si occupano dei pasti.

Al rientro può quindi essere utile pesare il nostro animale e confrontare il dato con quello precedente.

Questo è particolarmente importante nei soggetti di piccola taglia, nei quali anche variazioni apparentemente modeste possono rappresentare una percentuale significativa del peso corporeo.

Il sovrappeso non è soltanto una questione estetica: nel tempo può avere conseguenze sulla mobilità e sulla salute generale.

Allo stesso modo, una perdita di peso non intenzionale non dovrebbe essere sottovalutata, soprattutto nel gatto e negli animali anziani.

Non conta soltanto quello che dice la bilancia

Il peso, da solo, non racconta tutta la storia.

Due animali che pesano esattamente gli stessi chilogrammi possono avere condizioni corporee molto differenti.

Per questo durante la visita veterinaria può essere valutato anche il Body Condition Score (BCS), un sistema che permette di stimare la condizione corporea osservando e palpando determinate zone dell’animale.

Possiamo comunque iniziare anche a casa osservando la silhouette del nostro cane o gatto e verificando se negli ultimi mesi sia cambiata.

Controllare periodicamente il peso e annotarlo può diventare una semplice ma utile abitudine di prevenzione.

Cute e mantello dopo l’estate

Mare, montagna, prati, caldo, umidità e maggiore vita all’aperto possono lasciare qualche traccia anche sulla pelle.

Settembre è quindi un buon momento per controllare con attenzione cute e mantello.

Durante la spazzolatura possiamo cercare eventuali:

  • arrossamenti;
  • croste;
  • zone con pelo diradato;
  • piccole ferite;
  • aree che l’animale continua a leccare;
  • noduli o rigonfiamenti;
  • presenza di parassiti;
  • cambiamenti nell’odore della cute.

Nei cani e nei gatti con molto pelo, alcune alterazioni possono rimanere nascoste a lungo.

Passare delicatamente le mani su tutto il corpo durante le coccole o la spazzolatura è quindi un ottimo modo per conoscere ciò che è normale per il nostro animale e accorgerci più facilmente di eventuali cambiamenti.

Controlliamo anche le orecchie

Per molti cani estate significa mare, lago, piscina e frequenti bagni.

L’umidità nel condotto auricolare, insieme ad altri fattori predisponenti, può favorire la comparsa di problemi alle orecchie.

Al rientro possiamo quindi controllare la parte visibile del padiglione auricolare e prestare attenzione a:

  • arrossamento;
  • secrezioni;
  • aumento del cerume;
  • cattivo odore;
  • grattamento;
  • frequente scuotimento della testa.

Se il cane continua a grattarsi o mostra dolore quando tocchiamo l’orecchio, è meglio evitare pulizie aggressive o l’utilizzo di vecchie gocce rimaste da precedenti terapie e far valutare il problema.

Diamo un’occhiata alla bocca

La salute orale è uno degli aspetti più facilmente dimenticati durante un controllo domestico.

Eppure bocca e denti meritano attenzione durante tutta la vita dell’animale.

Quando cane o gatto lo consentono senza forzature, possiamo osservare denti e gengive e prestare attenzione alla presenza di:

  • tartaro evidente;
  • gengive arrossate;
  • alito particolarmente cattivo;
  • difficoltà nella masticazione;
  • perdita di cibo dalla bocca;
  • salivazione insolita;
  • fastidio quando l’animale mangia.

L’alitosi persistente non dovrebbe essere considerata automaticamente normale, neppure negli animali anziani.

Può infatti essere uno dei segnali di una problematica del cavo orale che necessita di una valutazione.

Quanto beve il nostro animale?

Un altro parametro molto importante è la sete.

Non è necessario misurare continuamente l’acqua bevuta da un animale sano, ma è utile conoscere le sue normali abitudini.

Durante l’estate è fisiologico che il consumo di acqua possa cambiare in relazione alle temperature, all’attività e al tipo di alimentazione. Con il ritorno a condizioni climatiche più miti, però, possiamo osservare se tutto torna alla normalità.

Se ci accorgiamo che dobbiamo riempire la ciotola molto più frequentemente rispetto al passato, che il gatto cerca acqua in posti insoliti oppure che aumenta anche la quantità di urina prodotta, è opportuno segnalarlo al veterinario.

Aumento della sete e della minzione possono essere tra i primi segnali di diverse patologie, soprattutto negli animali adulti e anziani.

Anche l’appetito ci dà informazioni

Conosciamo bene le abitudini alimentari dei nostri animali e proprio per questo possiamo accorgerci rapidamente quando qualcosa cambia.

Un cane improvvisamente meno interessato al cibo, un gatto che lascia nella ciotola parte della razione o, al contrario, un animale che sembra avere molta più fame del solito meritano attenzione se il comportamento persiste.

Nel gatto, in particolare, una marcata riduzione dell’assunzione di cibo non dovrebbe essere trascurata o aspettata per diversi giorni nella speranza che passi spontaneamente.

Appetito, peso, sete e produzione di urine sono informazioni semplici che possono fornire al veterinario indicazioni molto utili.

Come si muove?

Con settembre e temperature generalmente più gradevoli, molti cani tornano a fare passeggiate più lunghe.

È un’ottima occasione per osservare la loro mobilità.

Chiediamoci:

  • si alza facilmente dopo aver dormito?
  • cammina volentieri?
  • sale le scale come prima?
  • entra e scende dall’auto senza difficoltà?
  • zoppica occasionalmente?
  • si ferma più spesso durante la passeggiata?
  • sembra rigido nei primi passi?

Anche il gatto può manifestare problemi articolari in maniera molto discreta.

Potrebbe semplicemente smettere di saltare sul mobile preferito, scegliere superfici più basse, giocare meno oppure esitare prima di salire sul divano.

Soprattutto negli animali senior, non tutto ciò che cambia deve essere considerato automaticamente una normale conseguenza dell’età.

Osserviamo anche il comportamento

La salute non riguarda soltanto ciò che possiamo vedere o misurare.

Un cambiamento comportamentale può essere uno dei primi segnali che qualcosa non va.

Un cane che diventa improvvisamente più irritabile, un gatto che tende a nascondersi, un animale che dorme molto più del solito o che perde interesse per attività che prima amava meritano attenzione.

Il dolore, ad esempio, non sempre viene manifestato con lamenti evidenti. Molto spesso determina semplicemente una modifica delle normali abitudini.

Conoscere il comportamento abituale del nostro animale ci permette quindi di riconoscere prima questi piccoli segnali.

Facciamo il punto sulla prevenzione

Il rientro dalle vacanze può essere anche un’occasione per controllare se siamo in regola con le principali misure preventive.

Possiamo verificare:

  • stato delle vaccinazioni;
  • prevenzione antiparassitaria;
  • eventuali profilassi indicate per lo stile di vita dell’animale;
  • controllo del peso;
  • salute orale;
  • controlli periodici consigliati in relazione all’età.

Un errore piuttosto comune è pensare che con la fine dell’estate anche il rischio legato ai parassiti scompaia automaticamente.

Le temperature di settembre possono invece essere ancora favorevoli all’attività di diversi parassiti. La durata della prevenzione dovrebbe quindi essere stabilita in base al rischio reale e alle indicazioni del veterinario, non soltanto al calendario.

Il check-up cambia con l’età

Non tutti gli animali hanno bisogno degli stessi controlli.

Un giovane cane sano ha esigenze diverse rispetto a un gatto di quindici anni.

Con l’avanzare dell’età aumenta l’importanza di individuare precocemente problemi che inizialmente possono non dare sintomi evidenti.

Nel cane e nel gatto senior, in base all’età, alla storia clinica e alle condizioni generali, il veterinario può valutare l’opportunità di affiancare alla visita alcuni controlli diagnostici.

Esami del sangue, urine, pressione arteriosa o altre indagini non devono essere eseguiti automaticamente in tutti gli animali, ma possono essere consigliati sulla base delle caratteristiche del singolo paziente.

La medicina preventiva significa proprio questo: personalizzare i controlli in base all’età e ai fattori di rischio.

Quando è meglio non aspettare?

Il check-up di settembre può essere programmato con tranquillità se vogliamo semplicemente fare il punto sulla salute del nostro animale.

Ci sono però alcuni cambiamenti per i quali è meglio non aspettare il controllo periodico.

È opportuno contattare il veterinario se osserviamo:

  • perdita di peso evidente e non spiegata;
  • forte aumento della sete;
  • cambiamenti importanti nella quantità di urine;
  • riduzione persistente dell’appetito;
  • vomito o diarrea ripetuti;
  • difficoltà respiratoria;
  • dolore;
  • zoppia persistente;
  • forte prurito o lesioni cutanee;
  • secrezioni o dolore alle orecchie;
  • marcati cambiamenti del comportamento.

In questi casi è meglio valutare il problema direttamente piuttosto che attribuirlo semplicemente al caldo, allo stress delle vacanze o al cambio di stagione.

Settembre: ripartiamo anche dalla prevenzione

Il rientro dalle vacanze non deve diventare motivo di preoccupazione o trasformarsi in una ricerca continua di possibili problemi.

Può però rappresentare un buon momento per osservare con un po’ più di attenzione il nostro cane o gatto.

Peso, appetito, sete, movimento, pelle, orecchie, bocca e comportamento sono piccoli indicatori che, considerati insieme, possono darci molte informazioni.

La prevenzione nasce soprattutto dalla conoscenza: sapere come si comporta normalmente il nostro animale ci permette di riconoscere più facilmente quando qualcosa cambia.

E settembre, mentre tutta la famiglia ritorna gradualmente alla propria routine, può essere il momento giusto per verificare che anche il nostro amico a quattro zampe riparta dall’autunno nelle migliori condizioni possibili.


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16/Set/2026


Con l’arrivo di settembre siamo portati a pensare che molti dei problemi tipici dell’estate siano ormai alle spalle. Le temperature iniziano lentamente a diminuire, le vacanze finiscono e anche per i nostri animali ricomincia la normale routine quotidiana. Per alcuni cani e gatti, però, settembre può essere ancora un mese particolarmente delicato dal punto di vista delle allergie.

Prurito, leccamento insistente delle zampe, arrossamenti della pelle, perdita di pelo e problemi alle orecchie possono infatti persistere anche dopo la fine dei mesi più caldi. In alcuni animali è proprio in questo periodo che i proprietari si accorgono che quello che sembrava un disturbo occasionale sta continuando da diverse settimane.

Le allergie, inoltre, non sono tutte uguali e individuare ciò che provoca il problema non è sempre immediato.

Come si manifesta un’allergia nel cane?

Nel cane il sintomo che più frequentemente porta il proprietario a rivolgersi al veterinario è il prurito.

Non dobbiamo però immaginare soltanto il classico cane che si gratta con la zampa posteriore. Il prurito può manifestarsi in molti modi differenti.

Il cane può:

  • leccarsi frequentemente le zampe;
  • mordicchiarsi gli arti o altre parti del corpo;
  • strofinare il muso contro tappeti, divani o mobili;
  • grattarsi frequentemente le orecchie;
  • scuotere spesso la testa;
  • leccarsi insistentemente l’addome;
  • presentare arrossamenti della cute;
  • perdere pelo in alcune zone.

In alcuni soggetti il primo segnale di una problematica allergica può addirittura essere rappresentato da otiti che tendono a ripresentarsi nel tempo.

Le zone maggiormente interessate possono essere muso, zampe e spazi interdigitali, ascelle, inguine, addome e orecchie.

E nel gatto?

Nel gatto le manifestazioni possono essere meno evidenti.

Il gatto trascorre normalmente molto tempo a pulire il proprio mantello e per questo può essere difficile capire quando il leccamento diventa eccessivo.

A volte il proprietario non vede mai il gatto grattarsi, ma nota semplicemente che il pelo sull’addome, sulle zampe o sui fianchi è diventato molto corto o diradato.

Possono inoltre comparire piccole croste, arrossamenti o lesioni della cute.

Per questo motivo una perdita di pelo apparentemente inspiegabile non dovrebbe essere automaticamente attribuita alla muta stagionale.

Quali possono essere le cause?

Quando parliamo genericamente di “allergia” stiamo in realtà comprendendo condizioni differenti.

Tra le possibili cause troviamo le reazioni verso allergeni ambientali, come pollini o acari, la dermatite allergica provocata dalla puntura delle pulci e le reazioni avverse agli alimenti.

Esiste inoltre la dermatite atopica, una condizione complessa nella quale entrano in gioco predisposizione individuale, alterazioni della barriera cutanea e risposta immunitaria verso determinati allergeni.

Non sempre, quindi, è possibile individuare immediatamente un unico responsabile.

Ed è proprio questo uno dei motivi per cui nei problemi allergici è importante evitare diagnosi “fai da te”.

Perché settembre può essere ancora problematico?

La fine dell’estate sul calendario non corrisponde necessariamente alla fine dell’esposizione agli allergeni.

In molte zone d’Italia settembre presenta ancora temperature elevate e giornate molto miti. Cani e gatti continuano a trascorrere tempo all’aperto e diversi allergeni ambientali possono essere ancora presenti.

Anche le pulci meritano particolare attenzione.

Uno degli errori più frequenti è pensare che, terminata l’estate, si possa automaticamente interrompere la prevenzione antiparassitaria. In realtà la presenza dei parassiti dipende dalle condizioni ambientali e climatiche e non semplicemente dal mese indicato sul calendario.

Inoltre, gli ambienti domestici riscaldati possono creare condizioni favorevoli alla sopravvivenza di alcuni parassiti anche durante i mesi più freddi.

La strategia antiparassitaria dovrebbe quindi essere valutata insieme al veterinario sulla base dello stile di vita e del rischio del singolo animale.

Quando il prurito provoca altri problemi

Il problema non è soltanto il fastidio provocato dall’allergia.

Quando un animale si gratta, si lecca o si mordicchia continuamente, la barriera naturale della cute può danneggiarsi.

La pelle diventa più irritata e possono svilupparsi infezioni secondarie, per esempio sostenute da batteri o lieviti normalmente presenti sulla cute.

Si può così creare un vero e proprio circolo vizioso:

allergia → prurito → lesione della cute → infezione → ulteriore prurito.

A quel punto il quadro può diventare molto più evidente: cattivo odore della cute, arrossamenti intensi, croste, secrezioni, perdita di pelo e aumento del prurito.

È quindi importante intervenire prima che il problema diventi esteso.

“Si gratta: avrà le pulci?”

È una delle associazioni più comuni.

Le pulci sono certamente una causa importante di prurito, ma non sono l’unica.

Allo stesso modo, non vedere pulci sul mantello non permette sempre di escludere completamente il problema.

In alcuni animali particolarmente sensibili anche poche punture possono essere sufficienti a provocare una reazione importante.

Per questo la presenza o l’assenza di parassiti rappresenta soltanto uno degli aspetti che devono essere valutati quando si cerca di comprendere l’origine di un problema dermatologico.

Cosa possiamo controllare a casa?

Settembre può essere un buon momento per osservare con maggiore attenzione la pelle del nostro animale, soprattutto dopo un’estate trascorsa tra passeggiate, viaggi, mare, montagna e attività all’aperto.

Durante la spazzolatura o i momenti di coccole possiamo controllare:

  • spazi tra le dita;
  • ascelle;
  • addome;
  • inguine;
  • base della coda;
  • padiglioni auricolari;
  • muso e zona intorno agli occhi;
  • eventuali aree con pelo diradato.

È utile anche osservare quanto frequentemente l’animale si gratta o si lecca.

Un leccamento occasionale è normale. Un cane che interrompe frequentemente ciò che sta facendo per grattarsi o un gatto che trascorre molto più tempo del solito a leccarsi stanno invece manifestando un disagio che merita attenzione.

Perché evitare creme e farmaci senza una diagnosi?

Davanti a una zona arrossata può essere spontaneo provare ad applicare una crema che abbiamo già in casa oppure utilizzare un prodotto impiegato in passato.

È però importante ricordare che lesioni molto simili possono avere cause completamente differenti.

Un trattamento non appropriato può non solo risultare inutile, ma anche modificare temporaneamente l’aspetto delle lesioni rendendo più difficile comprendere la causa del problema.

La visita dermatologica permette invece di valutare la distribuzione delle lesioni, la presenza di parassiti e l’eventuale necessità di esami specifici.

Allergie croniche: l’obiettivo è il controllo nel tempo

Quando viene diagnosticata una problematica allergica cronica, è importante comprendere che non sempre esiste una soluzione unica e definitiva.

In molti animali l’obiettivo è costruire nel tempo una strategia personalizzata di controllo, che può comprendere prevenzione antiparassitaria, gestione delle infezioni secondarie, cura della barriera cutanea, alimentazione specifica quando indicata e terapie mirate.

Anche conoscere la stagionalità dei sintomi può essere molto utile.

Se ogni anno il nostro cane comincia a grattarsi nello stesso periodo, questa informazione può aiutare il veterinario a ricostruire la storia clinica e programmare una gestione preventiva prima che il problema raggiunga la sua massima intensità.

Quando è il momento di fare una visita?

È consigliabile rivolgersi al veterinario quando il prurito non è più occasionale, tende a ripresentarsi o è accompagnato da altri segnali, come:

  • arrossamenti persistenti;
  • perdita o diradamento del pelo;
  • croste, escoriazioni o altre lesioni cutanee;
  • cattivo odore della pelle;
  • leccamento continuo delle zampe;
  • otiti che tendono a ripresentarsi;
  • secrezioni dalle orecchie;
  • ferite provocate dal grattamento;
  • irrequietezza o cambiamenti nel comportamento.

Non è necessario aspettare che le lesioni diventino molto evidenti. Un problema allergico individuato nelle sue fasi iniziali è generalmente più semplice da gestire e permette soprattutto di limitare il rischio che il continuo grattamento favorisca infiammazioni e infezioni secondarie.

Settembre: non sottovalutiamo un prurito che continua

Con la fine dell’estate è quindi utile osservare non soltanto il mantello, ma anche eventuali cambiamenti nelle abitudini del nostro animale.

Un cane che continua a leccarsi le zampe, che si gratta frequentemente o che presenta problemi ricorrenti alle orecchie, così come un gatto che si lecca più del solito o mostra zone di pelo diradato, potrebbe avere un problema che merita di essere approfondito.

Il prurito, infatti, non è una malattia ma un sintomo e può avere origini molto diverse. Capire cosa lo provoca è fondamentale per scegliere il trattamento corretto e, nei soggetti allergici, impostare una strategia che permetta di controllare il problema anche nel lungo periodo.

Se notate che il vostro cane o gatto si gratta o si lecca più del solito, non aspettate necessariamente che compaiano lesioni importanti: parlarne con il veterinario può aiutare a individuare precocemente la causa e a evitare che un piccolo fastidio diventi un problema più difficile da gestire.


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09/Set/2026


La fine dell’estate è un buon momento per controllare con particolare attenzione la pelle dei nostri animali. Dopo settimane trascorse tra caldo, umidità, passeggiate, bagni al mare o nei laghi e maggiore permanenza all’aperto, può capitare di notare arrossamenti, perdita di pelo, croste, piccole ferite o zone della cute che il cane o il gatto continua a leccare.

Con il termine “dermatite” indichiamo genericamente un’infiammazione della pelle, ma dietro a manifestazioni apparentemente molto simili possono nascondersi problemi differenti.

Proprio per questo non è sempre possibile capire semplicemente osservando una lesione quale sia la sua origine.

Come riconoscere una dermatite?

La cute sana dovrebbe apparire integra, senza arrossamenti evidenti, croste, secrezioni o cattivo odore. Anche il mantello può fornirci informazioni importanti: normalmente dovrebbe essere uniforme e non presentare improvvise aree di diradamento.

Tra i segnali che possono indicare la presenza di un problema dermatologico troviamo:

  • arrossamento della pelle;
  • prurito;
  • leccamento o mordicchiamento insistente;
  • perdita o diradamento del pelo;
  • croste;
  • piccole pustole;
  • desquamazione;
  • cute particolarmente untuosa;
  • cattivo odore;
  • zone umide o essudative;
  • piccole ferite provocate dal grattamento.

Non tutti questi sintomi devono necessariamente essere presenti contemporaneamente. A volte il problema inizia semplicemente con una piccola zona arrossata che l’animale continua a leccare.

Perché le dermatiti possono essere frequenti alla fine dell’estate?

Durante i mesi estivi la pelle di cane e gatto viene sottoposta a numerosi stimoli.

Caldo e umidità possono modificare il microambiente cutaneo, mentre bagni frequenti, acqua salata, sabbia, vegetazione e maggiore permanenza all’aperto possono contribuire a irritare la cute di alcuni soggetti.

A questo si aggiungono parassiti e allergeni ambientali ancora presenti nel mese di settembre.

Non bisogna però pensare che esista una singola “dermatite estiva”. Le cause possono essere numerose e spesso più fattori possono essere presenti contemporaneamente.

Le principali cause di dermatite

Una dermatite può avere origine parassitaria, allergica, infettiva o irritativa, ma esistono anche altre patologie che possono manifestarsi attraverso alterazioni della pelle e del mantello.

Pulci e altri parassiti rappresentano una delle possibili cause. In alcuni animali anche un numero limitato di punture può provocare un prurito intenso.

Le allergie ambientali o alimentari possono invece determinare infiammazione e prurito persistente, favorendo il continuo leccamento della cute.

In altri casi possono essere presenti infezioni sostenute da batteri o lieviti.

Esistono poi dermatiti conseguenti al contatto con sostanze irritanti, piccoli traumi o condizioni che alterano la normale barriera protettiva della pelle.

Per questo motivo l’aspetto della lesione da solo non è sempre sufficiente per formulare una diagnosi.

Quando la pelle perde la sua funzione di barriera

La cute non è semplicemente il rivestimento esterno del corpo. È un vero e proprio organo che svolge una funzione fondamentale di protezione.

Quando questa barriera viene danneggiata dal prurito, dal leccamento continuo o da un processo infiammatorio, microrganismi normalmente presenti sulla superficie cutanea possono trovare condizioni favorevoli per proliferare.

Possono così comparire infezioni secondarie batteriche o da lieviti, che aumentano ulteriormente infiammazione e prurito.

Il risultato può essere un circolo vizioso: più la pelle è irritata, più l’animale si gratta o si lecca; più si gratta, maggiore è il danno cutaneo.

Attenzione alle dermatiti umide

Durante e subito dopo i mesi caldi può capitare soprattutto nel cane di osservare zone della pelle che diventano rapidamente rosse, umide, dolenti e prive di pelo.

Sono lesioni che possono comparire e aumentare di dimensioni anche in poco tempo perché il cane continua a leccarle o grattarle.

Il mantello folto, l’umidità persistente, i bagni frequenti e la presenza di una causa di prurito possono favorirne lo sviluppo.

In questi casi è importante intervenire rapidamente: sotto il pelo una lesione apparentemente piccola può essere più estesa di quanto sembri.

E nel gatto?

Nel gatto i problemi dermatologici possono essere più difficili da riconoscere.

Il gatto tende infatti a leccarsi frequentemente e spesso lo fa lontano dallo sguardo del proprietario. Il primo segnale può quindi essere semplicemente una zona in cui il pelo appare più corto o diradato.

Altre volte si possono percepire piccole croste durante le carezze oppure osservare lesioni sulla testa, sul collo o in altre parti del corpo.

Anche nel gatto, quindi, un cambiamento del mantello può essere il primo segnale di un problema cutaneo e non dovrebbe essere automaticamente attribuito alla muta.

Controllare la cute anche sotto il pelo

Uno dei problemi è che molte lesioni rimangono nascoste dal mantello, soprattutto nei cani e nei gatti a pelo lungo.

Durante la spazzolatura possiamo approfittarne per osservare alcune zone particolarmente importanti:

  • addome;
  • ascelle;
  • inguine;
  • base della coda;
  • interno delle cosce;
  • spazi tra le dita;
  • collo;
  • zona dietro le orecchie.

Passando delicatamente le mani sul mantello possiamo inoltre percepire croste, piccoli noduli o zone doloranti che altrimenti potrebbero sfuggire.

Il cattivo odore della pelle non è normale

Un segnale spesso sottovalutato è il cambiamento dell’odore della cute.

Se il mantello o alcune zone del corpo iniziano ad avere un odore intenso o insolito, soprattutto in presenza di arrossamento, secrezioni o pelle untuosa, è opportuno approfondire.

Il cattivo odore può infatti essere associato alla proliferazione di batteri o lieviti e non dovrebbe essere semplicemente mascherato con shampoo profumati o altri prodotti cosmetici.

Perché è meglio evitare il fai-da-te?

Davanti a una piccola dermatite può essere spontaneo utilizzare una crema che abbiamo in casa, un disinfettante o un prodotto che aveva funzionato in occasione di un problema precedente.

Il rischio è però quello di trattare soltanto ciò che vediamo senza sapere perché la lesione si è sviluppata.

Una dermatite causata da parassiti, una problematica allergica e un’infezione cutanea possono richiedere approcci molto differenti.

Anche prodotti apparentemente innocui possono irritare ulteriormente la pelle oppure essere leccati e ingeriti dall’animale.

È quindi preferibile evitare l’applicazione di farmaci o prodotti non specificamente indicati dal veterinario.

Cosa può fare il veterinario?

La visita dermatologica parte dall’osservazione della cute e dalla raccolta della storia clinica dell’animale.

È importante sapere quando è comparso il problema, se provoca prurito, se si è già verificato in passato, quali trattamenti antiparassitari vengono utilizzati e se esiste una particolare stagionalità.

Quando necessario, il veterinario può ricorrere a esami specifici per valutare la presenza di parassiti, batteri, lieviti o altre alterazioni.

L’obiettivo non è soltanto far scomparire la lesione visibile, ma individuare e controllare la causa che l’ha provocata.

Questo diventa particolarmente importante quando le dermatiti tendono a ripresentarsi.

Quando è opportuno far controllare la pelle?

È consigliabile richiedere una valutazione quando compaiono:

  • zone molto arrossate;
  • perdita di pelo improvvisa o localizzata;
  • lesioni umide;
  • croste diffuse;
  • secrezioni;
  • cattivo odore;
  • prurito intenso;
  • ferite provocate dal grattamento;
  • dolore al contatto;
  • lesioni che aumentano rapidamente di dimensioni;
  • problemi che migliorano e poi ritornano.

Particolare attenzione va riservata alle lesioni che l’animale continua a leccare o mordicchiare, perché il continuo traumatismo può far peggiorare rapidamente una situazione inizialmente limitata.

La fine dell’estate è un buon momento per controllare la pelle

Settembre può quindi diventare l’occasione per osservare con maggiore attenzione cute e mantello dopo i mesi estivi.

Durante una spazzolatura controlliamo ciò che normalmente rimane nascosto dal pelo e prestiamo attenzione a cambiamenti di colore, odore, consistenza della pelle o comportamento dell’animale.

Una piccola zona arrossata non rappresenta necessariamente un problema importante, ma una lesione che persiste, si estende o provoca prurito merita di essere valutata.

Intervenire precocemente permette spesso di evitare che il continuo leccamento o grattamento favorisca infezioni secondarie e renda il problema più fastidioso e difficile da risolvere.

La salute della pelle è parte integrante del benessere del nostro animale: imparare a osservarla è un semplice gesto di prevenzione che possiamo fare anche a casa.


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02/Set/2026


Con la fine dell’estate e il ritorno alla normale routine può capitare di accorgersi che il nostro cane scuote frequentemente la testa, si gratta un orecchio oppure non gradisce più essere accarezzato vicino alla testa. In altri casi ciò che attira la nostra attenzione è un odore insolito proveniente dall’orecchio o la presenza di secrezioni.

Potrebbe trattarsi di un’otite, un problema piuttosto frequente soprattutto nel cane, ma che può interessare anche il gatto.

Settembre è un periodo nel quale vale la pena prestare particolare attenzione alle orecchie dei nostri animali: bagni al mare, nei laghi o in piscina, caldo, umidità, allergie e maggiore attività all’aperto possono infatti contribuire alla comparsa o alla riacutizzazione di problemi auricolari.

È però importante ricordare che non tutte le otiti sono uguali e che dietro a un orecchio infiammato possono esserci cause molto diverse.

Cos’è l’otite?

Con il termine otite si indica un’infiammazione dell’orecchio.

Nel cane e nel gatto la forma che osserviamo più frequentemente è l’otite esterna, che interessa il condotto uditivo esterno. Se il problema viene trascurato o in determinate condizioni, l’infiammazione può però coinvolgere anche strutture più profonde dell’orecchio.

Il condotto uditivo del cane, inoltre, presenta una particolare conformazione anatomica: non è un canale semplicemente diritto verso il timpano, ma possiede una porzione verticale e una orizzontale. Questa caratteristica può favorire, soprattutto nei soggetti predisposti, il ristagno di secrezioni e umidità.

Come possiamo accorgerci che qualcosa non va?

I segnali possono essere abbastanza evidenti, ma nelle fasi iniziali anche molto discreti.

È utile prestare attenzione se il nostro animale:

  • scuote frequentemente la testa;
  • si gratta insistentemente una o entrambe le orecchie;
  • tiene la testa inclinata;
  • presenta arrossamento del padiglione auricolare;
  • ha secrezioni all’interno dell’orecchio;
  • presenta un odore intenso o insolito;
  • manifesta dolore quando tocchiamo l’orecchio;
  • non vuole essere accarezzato sulla testa;
  • sfrega la testa contro mobili, tappeti o divani.

In alcuni casi il cane può diventare improvvisamente insofferente quando proviamo a controllare l’orecchio. Non è necessariamente un cambiamento di carattere: un’otite può essere molto dolorosa.

Perché le otiti possono comparire dopo l’estate?

Durante i mesi estivi molti cani fanno più frequentemente il bagno.

Mare, laghi, fiumi e piscine fanno parte delle vacanze di numerose famiglie e spesso anche i nostri animali partecipano volentieri.

L’acqua che entra nel condotto uditivo e l’umidità che può permanere al suo interno possono contribuire a creare un ambiente favorevole alla proliferazione di microrganismi.

Questo non significa che ogni cane che nuota svilupperà un’otite. Alcuni soggetti, però, sono decisamente più predisposti di altri.

Anche caldo e umidità ambientale possono contribuire a modificare le condizioni del condotto auricolare.

Settembre diventa quindi un buon momento per controllare le orecchie, soprattutto nei cani che durante l’estate hanno trascorso molto tempo in acqua.

Non è sempre colpa dell’acqua

Attribuire automaticamente un’otite ai bagni estivi può però essere fuorviante.

Le cause e i fattori predisponenti possono essere numerosi.

Tra questi troviamo:

  • allergie;
  • parassiti;
  • corpi estranei;
  • eccessiva produzione di cerume;
  • conformazione del condotto uditivo;
  • presenza di molto pelo nella zona auricolare;
  • alterazioni della normale ventilazione del condotto;
  • proliferazione di batteri o lieviti.

In alcuni animali possono essere presenti contemporaneamente più fattori.

Per questo motivo curare semplicemente l’infiammazione senza cercare di comprenderne l’origine può portare a una temporanea risoluzione seguita dalla comparsa di nuovi episodi.

Otiti e allergie: un legame da non sottovalutare

Un aspetto particolarmente importante riguarda il rapporto tra otiti e malattie allergiche.

In alcuni cani l’infiammazione delle orecchie può rappresentare una delle manifestazioni di una problematica allergica e, talvolta, può comparire prima che siano evidenti lesioni cutanee in altre parti del corpo.

Un cane che presenta frequentemente otiti, soprattutto se associate a leccamento delle zampe, arrossamenti della pelle o prurito, potrebbe quindi avere un problema di base che merita di essere approfondito.

In questi casi limitarsi a trattare ogni episodio senza indagare la causa può significare ritrovarsi periodicamente con lo stesso problema.

Attenzione ai corpi estranei

Durante l’estate e nelle passeggiate in campagna un’altra possibile causa di improvviso fastidio auricolare è rappresentata dai corpi estranei vegetali, come le spighe e i forasacchi.

Il segnale tipico può essere uno scuotimento molto improvviso e insistente della testa, spesso comparso durante o subito dopo una passeggiata.

Il cane può grattarsi violentemente un solo orecchio e manifestare evidente fastidio.

In queste situazioni è importante non tentare di raggiungere o estrarre il corpo estraneo con pinzette, cotton fioc o altri strumenti: si rischia di spingerlo più profondamente nel condotto o provocare lesioni.

Batteri e lieviti: perché possono proliferare?

Il condotto uditivo ospita normalmente una propria popolazione microbica. Quando però le condizioni locali cambiano a causa di infiammazione, umidità, allergie o altri fattori, alcuni microrganismi possono proliferare eccessivamente.

Tra questi possono esserci batteri e lieviti, che contribuiscono a mantenere l’infiammazione.

La presenza di materiale scuro, giallastro o particolarmente abbondante, insieme a cattivo odore e arrossamento, può essere un segnale.

L’aspetto delle secrezioni, tuttavia, non permette da solo di stabilire con certezza quale microrganismo sia coinvolto.

Perché la visita è importante?

Quando si sospetta un’otite, il veterinario può esaminare il condotto auricolare e valutare le condizioni dell’orecchio.

L’esame con l’otoscopio consente, quando possibile, di osservare il condotto e il timpano e verificare la presenza di materiale, infiammazione o eventuali corpi estranei.

In molti casi può essere utile anche l’esame citologico del materiale auricolare, che permette di ottenere informazioni sulla presenza di lieviti, batteri e cellule infiammatorie.

Queste informazioni aiutano a scegliere il trattamento più appropriato.

Non tutte le otiti, infatti, richiedono la stessa terapia.

Perché non utilizzare le vecchie gocce?

È una situazione piuttosto comune: il cane ha già avuto un’otite, nell’armadietto è rimasto un flacone di gocce e, quando ricompaiono i sintomi, viene spontaneo utilizzarlo nuovamente.

È però una pratica da evitare.

L’otite attuale potrebbe avere una causa diversa dalla precedente e il prodotto potrebbe non essere indicato. Inoltre, prima di applicare determinati farmaci è importante conoscere le condizioni del condotto uditivo e del timpano.

Anche utilizzare un antibiotico locale senza sapere se esiste realmente un’infezione batterica e quale sia la situazione dell’orecchio non rappresenta una buona strategia.

Un’otite nuova richiede una nuova valutazione.

E i cotton fioc?

Il cotton fioc è uno degli strumenti che associamo maggiormente alla pulizia delle orecchie, ma nel cane e nel gatto non dovrebbe essere introdotto nel condotto uditivo.

Oltre al rischio di provocare piccoli traumi, può spingere cerume e secrezioni più in profondità.

La pulizia delle orecchie deve essere effettuata con prodotti e modalità appropriate e soprattutto non tutti gli animali hanno bisogno della stessa frequenza di pulizia.

Pulire troppo spesso un orecchio sano può irritarlo, mentre nei soggetti predisposti può essere utile un programma specifico indicato dal veterinario.

Come possiamo controllare le orecchie a casa?

Una buona abitudine è osservare periodicamente il padiglione auricolare e la parte visibile dell’ingresso del condotto.

Possiamo controllare:

  • presenza di arrossamento;
  • quantità e colore del cerume;
  • eventuali secrezioni;
  • odore;
  • sensibilità al contatto.

È utile anche conoscere ciò che è normale per il nostro animale. Se controlliamo regolarmente le orecchie sarà più semplice accorgerci di un cambiamento.

Nei cani che amano nuotare o che vengono lavati frequentemente, può essere utile prestare ancora maggiore attenzione dopo il bagno, seguendo le indicazioni del veterinario per la corretta gestione delle orecchie.

E nel gatto?

Le otiti sono generalmente meno frequenti nel gatto rispetto al cane, ma possono comunque verificarsi.

Anche nel gatto possiamo osservare scuotimento della testa, prurito, secrezioni, arrossamento o fastidio quando tocchiamo le orecchie.

Tra le possibili cause possono esserci anche parassiti auricolari, soprattutto in determinati contesti e nei soggetti giovani.

Un gatto che improvvisamente si gratta molto le orecchie o presenta abbondante materiale scuro nel condotto dovrebbe quindi essere controllato.

Quando bisogna rivolgersi rapidamente al veterinario?

Alcuni segnali meritano particolare attenzione.

È consigliabile far controllare l’animale se:

  • scuote continuamente la testa;
  • manifesta dolore evidente;
  • compare improvvisamente un forte fastidio dopo una passeggiata;
  • sono presenti secrezioni abbondanti;
  • l’orecchio emana cattivo odore;
  • il padiglione è molto arrossato o gonfio;
  • l’animale tiene persistentemente la testa inclinata;
  • perde equilibrio o appare disorientato;
  • l’otite continua a ripresentarsi.

I disturbi dell’equilibrio o altri segni neurologici richiedono una valutazione particolarmente tempestiva perché possono indicare il coinvolgimento di strutture più profonde dell’orecchio.

Prevenire significa soprattutto conoscere il proprio animale

Non esiste una routine di pulizia universale adatta a tutti i cani e a tutti i gatti.

Alcuni animali hanno orecchie sane per tutta la vita con pochissimi interventi, mentre altri presentano caratteristiche anatomiche o problemi di base che richiedono controlli più frequenti.

Nei soggetti predisposti è quindi importante concordare con il veterinario come e quando controllare e pulire le orecchie, evitando sia di trascurarle sia di intervenire eccessivamente.

Particolare attenzione deve essere riservata agli animali che hanno già avuto più episodi di otite: la prevenzione delle recidive passa soprattutto dall’identificazione dei fattori che favoriscono il problema.

Dopo l’estate, diamo un’occhiata anche alle orecchie

Settembre è quindi un buon momento per inserire anche le orecchie nel nostro piccolo controllo di fine estate.

Osserviamole, impariamo a riconoscere il loro aspetto e odore normali e facciamo attenzione ai cambiamenti nel comportamento del nostro animale.

Scuotere frequentemente la testa, grattarsi le orecchie o avere un cattivo odore auricolare non sono comportamenti normali da aspettare che passino da soli.

Intervenire precocemente può evitare che una semplice infiammazione diventi più dolorosa e difficile da gestire. E quando le otiti tendono a tornare, il passo più importante non è soltanto curare l’orecchio, ma capire perché quel problema continua a ripresentarsi.


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26/Ago/2026


Per molti di noi l’estate è sinonimo di passeggiate, vacanze e giornate all’aria aperta. Per un cane o un gatto affetto da una malattia cardiaca, invece, le alte temperature possono rappresentare una vera sfida.

Il caldo costringe infatti l’organismo a lavorare di più per mantenere una temperatura corporea adeguata. Nei soggetti sani questo meccanismo viene generalmente compensato senza difficoltà, ma negli animali con patologie cardiache il cuore potrebbe non riuscire a sostenere lo sforzo richiesto.

Per questo motivo i mesi estivi richiedono qualche attenzione in più, soprattutto negli animali anziani e in quelli già seguiti dal veterinario per insufficienza cardiaca o altre malattie del cuore.

Perché il caldo mette sotto stress il cuore?

A differenza dell’uomo, cani e gatti non sudano attraverso la pelle per disperdere il calore.

Il cane utilizza principalmente l’ansimare, mentre il gatto tende a cercare ambienti più freschi e a ridurre spontaneamente l’attività fisica.

Quando la temperatura esterna aumenta:

  • il cuore deve pompare più sangue verso la superficie del corpo per favorire la dispersione del calore;
  • aumenta la frequenza respiratoria;
  • cresce il consumo di energie;
  • aumenta il rischio di disidratazione.

In presenza di una cardiopatia questi meccanismi possono diventare più faticosi e favorire la comparsa di sintomi.

Quali animali sono più a rischio?

Meritano particolare attenzione:

  • cani con insufficienza cardiaca;
  • cani affetti da malattia degenerativa della valvola mitrale;
  • soggetti con cardiomiopatie;
  • gatti con cardiomiopatia ipertrofica;
  • animali anziani;
  • razze brachicefale (Bulldog Francese, Carlino, Bulldog Inglese, Boxer);
  • animali in sovrappeso.

Anche un animale con una cardiopatia ben compensata può andare maggiormente in difficoltà durante una giornata particolarmente calda e umida.

I sintomi da non sottovalutare

Durante l’estate è importante osservare attentamente il comportamento del proprio animale.

Tra i segnali che meritano una valutazione veterinaria troviamo:

  • affaticamento dopo una breve passeggiata;
  • ansimare più del normale anche a riposo;
  • tosse persistente (soprattutto nel cane);
  • difficoltà respiratoria;
  • riduzione dell’appetito;
  • debolezza;
  • episodi di svenimento o collasso;
  • gengive molto pallide o bluastre.

Questi sintomi non indicano necessariamente un peggioramento della malattia cardiaca, ma richiedono sempre un approfondimento.

Le passeggiate vanno organizzate con attenzione

L’attività fisica non deve essere eliminata, ma adattata alle condizioni climatiche.

Durante l’estate è consigliabile:

  • uscire al mattino presto o dopo il tramonto;
  • evitare le ore centrali della giornata;
  • scegliere percorsi ombreggiati;
  • fare passeggiate più brevi ma frequenti;
  • portare sempre acqua fresca.

Se il cane mostra segni di stanchezza è importante interrompere immediatamente l’attività e lasciarlo riposare.

L’importanza dell’idratazione

L’acqua rappresenta un elemento fondamentale anche per gli animali cardiopatici.

Una corretta idratazione aiuta l’organismo a regolare la temperatura corporea e contribuisce al benessere generale.

L’acqua deve essere sempre:

  • fresca;
  • facilmente accessibile;
  • disponibile in più punti della casa, soprattutto durante i periodi di maggiore caldo.

È importante non modificare autonomamente la quantità di acqua o la terapia prescritta, anche se il cane o il gatto assume farmaci diuretici. Ogni eventuale variazione deve essere concordata con il veterinario curante.

Attenzione anche agli spostamenti in auto

L’abitacolo di un’automobile può raggiungere temperature molto elevate in pochi minuti.

Per un animale con problemi cardiaci questo rappresenta un rischio ancora maggiore.

Durante i viaggi è consigliabile:

  • utilizzare l’aria condizionata in modo graduale;
  • programmare soste frequenti;
  • offrire acqua durante il tragitto;
  • evitare di lasciare il cane o il gatto in auto, anche per pochi minuti.

Cinque errori da evitare

  • Portare il cane a passeggio nelle ore più calde.
  • Interrompere o modificare la terapia senza consultare il veterinario.
  • Pensare che un maggiore affanno sia “normale” perché fa caldo.
  • Ridurre l’acqua per paura che l’animale beva troppo.
  • Rimandare una visita di controllo in presenza di nuovi sintomi.

Quando è necessario contattare subito il veterinario?

È consigliabile richiedere una visita il prima possibile se il cane o il gatto:

  • respira con difficoltà anche a riposo;
  • presenta tosse improvvisa o persistente;
  • appare molto debole;
  • sviene o collassa;
  • mostra un peggioramento evidente rispetto ai giorni precedenti.

Un intervento tempestivo permette spesso di stabilizzare rapidamente la situazione ed evitare complicazioni.

Conclusioni

Le alte temperature rappresentano un impegno aggiuntivo per l’organismo di tutti gli animali, ma nei soggetti affetti da malattie cardiache richiedono qualche attenzione in più.

Con semplici accorgimenti, come evitare il caldo nelle ore centrali, mantenere una corretta idratazione, rispettare la terapia e programmare controlli periodici, è possibile aiutare il proprio cane o gatto a vivere l’estate in sicurezza.

Se noti cambiamenti nel comportamento, nella respirazione o nella tolleranza allo sforzo del tuo animale, non aspettare che i sintomi peggiorino: una visita veterinaria può fare la differenza e consentire di affrontare tempestivamente eventuali complicazioni.





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