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Ottobre, 2026 - Centro Veterinario San Martino

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28/Ott/2026


Chi vive con un gatto sa quanto possa essere difficile accorgersi dei piccoli cambiamenti nelle sue abitudini.
Il gatto è un animale estremamente abitudinario, ma allo stesso tempo è molto bravo ad adattarsi e,
soprattutto, a nascondere i primi segnali di un problema di salute.

Per questo merita attenzione anche una frase apparentemente banale come:

“Ultimamente mi sembra che beva più del solito…”

Un aumento della sete può dipendere da situazioni semplici e transitorie, come un cambiamento
dell’alimentazione o della temperatura ambientale. Ma quando diventa persistente, soprattutto in un gatto
adulto o anziano, può rappresentare uno dei primi segnali di alcune patologie molto comuni.

Quanto dovrebbe bere un gatto?

Rispondere a questa domanda non è così semplice.

La quantità di acqua assunta quotidianamente dipende da numerosi fattori: peso, alimentazione,
temperatura ambientale, attività fisica, stato di salute e quantità di acqua contenuta nel cibo.

Un gatto alimentato prevalentemente con cibo umido introduce già una quantità importante di acqua
attraverso l’alimento e può essere visto raramente vicino alla ciotola.

Un gatto che mangia soprattutto alimento secco, invece, dovrà necessariamente assumere una quota
maggiore di acqua bevendo.

Per questo non è sempre utile concentrarsi esclusivamente sul numero di millilitri bevuti.

Molto spesso il dato più importante è il cambiamento rispetto alle normali abitudini del proprio gatto.

Se un animale che abbiamo sempre visto bere pochissimo improvvisamente visita frequentemente la
ciotola dell’acqua, qualcosa è cambiato.

Il vero segnale è spesso il cambiamento

Convivere quotidianamente con un animale ci permette di conoscerne molto bene le abitudini.

Proprio per questo il proprietario può essere il primo ad accorgersi di variazioni molto sottili.

Potremmo notare che:

* la ciotola dell’acqua si svuota più rapidamente;
* il gatto beve più frequentemente;
* cerca acqua da rubinetti, lavandini o docce;
* rimane più a lungo vicino alla ciotola;
* utilizza più frequentemente la lettiera;
* produce quantità maggiori di urina;
* la sabbia deve essere sostituita più spesso;
* le “palle” di lettiera agglomerante diventano più grandi o numerose.

Quest’ultimo aspetto è particolarmente interessante.

Spesso, infatti, il proprietario si accorge prima dell’aumento della quantità di urina che dell’aumento
della sete. Sete e produzione di urina sono strettamente collegate e, quando aumentano in maniera significativa, si
parla rispettivamente di polidipsia e poliuria. Perché un gatto può iniziare a bere di più?

Le cause possono essere numerose.

Un cambiamento dell’alimentazione, per esempio il passaggio da una dieta umida a una prevalentemente
secca, può modificare fisiologicamente il consumo di acqua.

Anche temperature ambientali più elevate o alcune terapie farmacologiche possono influenzare sete e
produzione di urina.

Ma quando l’aumento persiste senza una spiegazione evidente, è importante valutare la possibilità che
esista un problema medico.

Tra le condizioni che possono determinare un aumento della sete nel gatto troviamo malattia renale
cronica, diabete mellito e ipertiroidismo, oltre ad altre patologie meno frequenti.

Non significa naturalmente che un gatto che beve di più abbia necessariamente una di queste malattie.

Significa però che un cambiamento persistente merita di essere approfondito.

Malattia renale cronica: una condizione frequente nel gatto anziano

La malattia renale cronica è una delle patologie che incontriamo frequentemente nei gatti adulti e
soprattutto anziani.

I reni svolgono numerose funzioni essenziali per l’organismo, tra cui l’eliminazione di prodotti di scarto e la
regolazione dell’equilibrio idrico.

Quando progressivamente perdono parte della propria capacità di concentrare l’urina, il gatto può iniziare
a produrne una quantità maggiore.

Per compensare questa perdita di liquidi, aumenta la sete.

Nelle fasi iniziali il gatto può apparire perfettamente normale.

Mangia, si muove, interagisce con la famiglia e continua a svolgere le proprie attività quotidiane.

Il proprietario potrebbe notare soltanto che beve un po’ più spesso o che la lettiera è più bagnata.

Con la progressione della malattia possono comparire altri segnali, come perdita di peso, riduzione
dell’appetito, vomito, disidratazione o peggioramento della qualità del mantello.

Proprio perché i primi segnali possono essere molto discreti, riconoscere un cambiamento nelle abitudini
può permettere di arrivare prima alla diagnosi.

E se fosse diabete?

Anche il diabete mellito può provocare un marcato aumento della sete e della produzione di urina.

In questo caso il glucosio presente in quantità eccessiva nel sangue può superare la capacità del rene di
trattenerlo e comparire nelle urine.

La presenza di glucosio nelle urine richiama acqua e determina un aumento della produzione urinaria.

Il gatto perde quindi più liquidi e cerca di compensare bevendo maggiormente.

Un segnale che può accompagnare questa situazione è la perdita di peso nonostante un appetito
normale o addirittura aumentato.

Il proprietario potrebbe quindi raccontare:

“Beve tantissimo, mangia volentieri, ma mi sembra dimagrito.”

È un’ associazione di sintomi che merita sempre una valutazione veterinaria.

Anche la tiroide può essere coinvolta

Nei gatti anziani un’altra condizione da considerare è l’ ipertiroidismo.

Si tratta di una patologia caratterizzata da un’ eccessiva produzione di ormoni tiroidei.

Il metabolismo dell’animale accelera e possono comparire diversi cambiamenti.

Il gatto può avere più appetito ma perdere peso, diventare più attivo o irrequieto, vocalizzare
maggiormente e presentare alterazioni gastrointestinali.

In alcuni soggetti aumentano anche sete e produzione di urina.

Ancora una volta, il singolo sintomo non permette di formulare una diagnosi, ma l’insieme dei
cambiamenti raccontati dal proprietario può fornire informazioni preziose.

Non aspettiamo che il gatto sembri malato

Uno degli aspetti più importanti della medicina felina è proprio questo.

Il gatto può convivere a lungo con una patologia senza mostrare sintomi evidenti.

In natura manifestare debolezza può rappresentare uno svantaggio e il comportamento felino tende spesso
a rendere poco apparenti dolore e malessere.

Di conseguenza, aspettare che il gatto “sembri davvero malato” può significare accorgersi del problema
quando è già più avanzato.

Per questo nei gatti adulti e anziani assumono particolare importanza le visite periodiche e gli esami di
controllo, anche quando apparentemente tutto sembra andare bene.

Osserviamo anche il peso

Un’ altra informazione molto importante è il peso corporeo.

Nel gatto la perdita di peso può essere graduale e difficile da riconoscere a occhio, soprattutto negli animali
a pelo lungo.

Vedendolo tutti i giorni, inoltre, possiamo abituarci lentamente al cambiamento.

Pesare periodicamente il gatto può quindi fornire un’ informazione molto utile.

Una perdita di peso apparentemente inspiegabile associata ad aumento della sete, variazioni dell’ appetito
o maggiore produzione di urina dovrebbe essere segnalata al veterinario.

Anche la perdita di massa muscolare, soprattutto lungo la schiena e sugli arti posteriori, può rappresentare
un cambiamento importante nel gatto anziano.

Cosa possiamo osservare nella lettiera?

La lettiera è una vera e propria fonte di informazioni sulla salute del gatto.

Pulirla quotidianamente permette di osservare eventuali cambiamenti nella quantità e nella frequenza
delle urine.

Con una lettiera agglomerante, per esempio, possiamo accorgerci che i grumi sono diventati
progressivamente più grandi.

Ma attenzione: urinare tanto e urinare spesso non significano necessariamente la stessa cosa.

Un gatto che produce grandi quantità di urina può avere un problema completamente diverso rispetto a un
gatto che entra continuamente nella lettiera producendo soltanto poche gocce.

Quest’ultima situazione può essere associata a disturbi delle basse vie urinarie e, soprattutto nel maschio,
la difficoltà o l’ impossibilità di urinare può rappresentare un’ emergenza veterinaria.

Se il gatto entra ripetutamente nella lettiera, si sforza, vocalizza, si lecca insistentemente la zona genitale
ma produce poca o nessuna urina, non bisogna aspettare.

Come si capisce perché beve di più?

Il primo passo è raccogliere attentamente tutte le informazioni.

Da quanto tempo è aumentata la sete?

Il gatto urina di più?

Ha perso peso?

Mangia normalmente?

È cambiato il tipo di alimentazione?

Assume farmaci?

Ci sono stati cambiamenti nel comportamento?

Dopo la visita clinica, il veterinario può valutare l’ opportunità di effettuare esami del sangue e delle
urine e, quando necessario, ulteriori approfondimenti.

Nel gatto adulto o anziano questi controlli possono permettere di identificare alterazioni quando i sintomi
sono ancora molto lievi.

Posso misurare quanto beve a casa?

Quando il gatto vive da solo e utilizza una ciotola tradizionale può essere relativamente semplice misurare
l’acqua introdotta e controllare quanta ne rimane dopo 24 ore.

La situazione diventa più complicata se convivono più animali o se il gatto beve da diverse fonti.

Le fontanelle, molto apprezzate da alcuni gatti, possono rendere ancora più difficile una misurazione
precisa.

Non è però necessario trasformare la casa in un laboratorio.

Spesso è già molto utile poter riferire al veterinario:

“Prima riempivo la ciotola una volta al giorno, adesso devo farlo due volte.”

Oppure:

“Da qualche settimana trovo nella lettiera il doppio dei grumi rispetto a prima.”

Sono informazioni semplici ma potenzialmente molto importanti.

L’ acqua non deve essere limitata

Se ci accorgiamo che il gatto beve molto, non dobbiamo ridurre la quantità di acqua disponibile nel
tentativo di farlo bere meno.

L’aumento della sete può essere un meccanismo attraverso il quale l’organismo cerca di compensare una
maggiore perdita di liquidi.

L’ acqua fresca deve quindi rimanere sempre disponibile.

Il problema non è impedire al gatto di bere: è capire perché sente la necessità di farlo più del solito.

Conoscere le sue abitudini è già prevenzione

Nel gatto i segnali più importanti non sono sempre spettacolari.

A volte non c’è una zoppia evidente, un vomito continuo o un animale completamente abbattuto.

A volte c’ è semplicemente una ciotola che si svuota più velocemente.

Oppure una lettiera più bagnata.

Un gatto che ha perso qualche etto.

Un appetito diverso.

Una nuova abitudine.

Sono proprio questi piccoli cambiamenti a meritare attenzione, soprattutto nei gatti adulti e senior.

Non ogni aumento della sete indica necessariamente una malattia, ma un cambiamento persistente
rispetto alle normali abitudini dell’animale non dovrebbe essere ignorato.

Conoscere ciò che è normale per il proprio gatto è uno degli strumenti più semplici che abbiamo per
accorgerci precocemente di ciò che normale non è più.


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21/Ott/2026


Con l’arrivo dell’autunno cambiano le temperature, aumenta l’umidità e le giornate diventano progressivamente più fredde. È proprio in questo periodo che molti proprietari iniziano a notare qualcosa di diverso nel proprio cane o nel proprio gatto.

Il cane impiega qualche secondo in più ad alzarsi dalla cuccia. Durante la passeggiata parte più lentamente. Il gatto, che fino a qualche mese prima raggiungeva senza difficoltà il davanzale o il suo posto preferito sul divano, sembra pensarci due volte prima di saltare.

Piccoli cambiamenti che spesso vengono attribuiti semplicemente all’età o all’arrivo del freddo.

Ma siamo sicuri che sia soltanto questo?

Dietro una riduzione dell’attività o una maggiore difficoltà nei movimenti può nascondersi un problema molto frequente negli animali adulti e anziani: l’osteoartrosi.

Cos’è l’artrosi?

L’osteoartrosi è una patologia articolare cronica e progressiva caratterizzata da alterazioni che coinvolgono la cartilagine, l’osso e le altre strutture dell’articolazione.

Non si tratta semplicemente di una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento.

Età, conformazione, precedenti traumi, patologie ortopediche, sovrappeso e obesità possono contribuire allo sviluppo o alla progressione della malattia.

Con il tempo l’articolazione può diventare meno efficiente e dolorosa, determinando una progressiva riduzione della mobilità.

Il problema è che questa evoluzione può essere lenta.

Proprio per questo il proprietario può abituarsi gradualmente ai cambiamenti dell’animale senza rendersi conto che dietro quello che sembra semplicemente “invecchiare” può esserci dolore cronico.

Il freddo provoca l’artrosi?

È importante chiarire un punto. Il freddo non è la causa dell’artrosi. Tuttavia, durante i mesi più freddi alcuni proprietari riferiscono di osservare più facilmente rigidità e difficoltà di movimento negli animali che già presentano problemi articolari. In autunno cambiano inoltre le abitudini: le passeggiate possono diventare più brevi, gli animali trascorrono più tempo in casa e l’attività fisica può diminuire. Un animale meno attivo può perdere progressivamente tono muscolare e questo può rendere ancora più difficile la gestione di un problema articolare già presente.

L’arrivo dell’autunno può quindi rappresentare il momento in cui iniziamo ad accorgerci di qualcosa che probabilmente era già presente.

Nel cane il dolore non significa necessariamente zoppia

Quando pensiamo a un cane con dolore articolare immaginiamo spesso un animale che zoppica. La zoppia è certamente un segnale importante, ma non è l’unico. Nelle forme croniche i cambiamenti possono essere molto più discreti.

Il cane potrebbe:

  • essere più lento ad alzarsi dopo aver dormito;
  • mostrare rigidità nei primi passi;
  • esitare prima di salire in automobile;
  • evitare le scale;
  • camminare più lentamente;
  • fermarsi più frequentemente durante la passeggiata;
  • voler tornare a casa prima del solito;
  • avere meno voglia di giocare;
  • cambiare posizione frequentemente quando riposa;
  • mostrare fastidio quando viene toccato in determinate zone.

Un altro elemento interessante è il cambiamento delle abitudini.

Un cane che ha sempre accolto il proprietario correndo verso la porta e improvvisamente preferisce aspettarlo dalla cuccia potrebbe semplicemente essere diventato più tranquillo. Ma potrebbe anche aver imparato che alzarsi velocemente gli provoca dolore.

Sono proprio questi piccoli cambiamenti quotidiani a meritare attenzione.

“È vecchio”: una frase che può farci sottovalutare il problema

Con l’avanzare dell’età è normale che un animale modifichi alcune delle proprie abitudini. Ma vecchiaia e dolore non sono sinonimi. Dire “non sale più le scale perché è vecchio” oppure “non corre più perché ormai ha una certa età” può portarci a considerare inevitabile una condizione che invece merita di essere valutata.

La domanda utile da porsi non è soltanto:

“Quanti anni ha?”

ma anche:

“Rispetto a sei mesi o un anno fa, cosa non riesce più a fare?”

Il confronto con le abitudini precedenti può aiutare a individuare cambiamenti progressivi che, osservati giorno dopo giorno, rischiano di passare inosservati.

Nel gatto riconoscere l’artrosi è ancora più difficile

Se nel cane l’artrosi può essere sottovalutata, nel gatto il problema è spesso ancora meno evidente. Il gatto tende infatti a manifestare il dolore in maniera molto diversa rispetto all’uomo e spesso anche rispetto al cane.

Un gatto con dolore articolare non necessariamente zoppica e quasi mai “ci dice” chiaramente che qualcosa gli fa male.

Più frequentemente modifica il proprio comportamento. Può smettere di raggiungere i punti più alti della casa, utilizzare percorsi diversi oppure effettuare i salti in più passaggi. Un gatto che prima saltava direttamente sul tavolo potrebbe iniziare a utilizzare prima una sedia. Oppure potrebbe scegliere di dormire in un luogo più basso e facilmente raggiungibile.

Sono adattamenti intelligenti che gli permettono di continuare la propria vita evitando i movimenti dolorosi.

Ed è proprio questa capacità di adattamento che può rendere l’artrosi difficile da riconoscere.

Attenzione anche alla lettiera e alla pulizia del mantello

Nel gatto esistono altri segnali particolarmente interessanti. Entrare in una lettiera con bordi alti può diventare difficoltoso. In alcuni casi il gatto può iniziare a sporcare vicino alla lettiera e il comportamento può essere interpretato erroneamente come un problema comportamentale.

Anche la pulizia personale può cambiare. Se girarsi o raggiungere determinate parti del corpo provoca dolore, il gatto può dedicare meno attenzione al grooming. Il mantello può quindi apparire più trascurato, soprattutto nella zona lombare e nella parte posteriore del corpo.

Al contrario, alcuni gatti possono leccare insistentemente una zona dolorante.

Anche irritabilità, maggiore tendenza a nascondersi o minore disponibilità al contatto possono essere segnali da valutare.

Il peso corporeo ha un ruolo importante

Il sovrappeso rappresenta un problema particolarmente importante negli animali con patologie articolari. Un peso eccessivo aumenta il carico sulle articolazioni e può rendere più difficile il movimento.

Ma può instaurarsi anche un vero e proprio circolo vizioso:

dolore → minore movimento → riduzione della massa muscolare → aumento di peso → maggiore difficoltà nel movimento.

Mantenere una buona condizione corporea è quindi uno degli elementi importanti nella gestione a lungo termine dell’animale con artrosi. Questo non significa però sottoporre improvvisamente un cane anziano e dolorante a lunghe passeggiate per farlo dimagrire.

L’attività deve essere regolare, controllata e adeguata alle condizioni del singolo animale.

Movimento sì, ma con regolarità

Quando un animale ha problemi articolari, l’immobilità completa raramente rappresenta la soluzione. Il movimento contribuisce a mantenere tono muscolare, mobilità e qualità della vita. Sono generalmente preferibili attività regolari e moderate rispetto a grandi sforzi concentrati in un’unica giornata. Il classico esempio è il cane che durante la settimana effettua passeggiate molto brevi e nel weekend affronta improvvisamente una lunga escursione. Per un animale con problemi articolari questo cambiamento brusco del carico di lavoro può risultare difficile da gestire. La quantità e il tipo di esercizio devono naturalmente essere adattati all’età, alla patologia e alle condizioni generali dell’animale.

Anche la casa può diventare più facile da vivere

Piccoli cambiamenti nell’ambiente domestico possono aiutare un animale con difficoltà motorie. Per un cane possono essere utili superfici meno scivolose nei punti di passaggio, una cuccia facilmente accessibile e, quando necessario, rampe o sistemi che evitino salti impegnativi.

Per il gatto possiamo invece osservare quali siano i suoi luoghi preferiti e renderli più facilmente raggiungibili. Una sedia, un piccolo gradino o una superficie intermedia possono permettergli di raggiungere il divano o il davanzale senza dover effettuare un unico grande salto. Anche una lettiera con un ingresso più basso può fare una grande differenza per un gatto anziano con difficoltà articolari.

Sono modifiche semplici, ma possono contribuire significativamente alla qualità della vita.

Come si diagnostica l’artrosi?

La valutazione parte dalla storia dell’animale e dall’osservazione dei cambiamenti riferiti dal proprietario. Segue la visita clinica e ortopedica, durante la quale il veterinario può valutare andatura, mobilità articolare, presenza di dolore, massa muscolare e altri elementi utili. Quando necessario possono essere indicati ulteriori approfondimenti diagnostici, come gli esami radiografici.

Una cosa può essere particolarmente utile: registrare con lo smartphone alcuni movimenti dell’animale a casa.

Il cane che fatica ad alzarsi al mattino o il gatto che utilizza uno sgabello per raggiungere il divano potrebbero comportarsi diversamente una volta arrivati in ambulatorio. Un breve video può quindi fornire al veterinario informazioni preziose sulla mobilità nella vita quotidiana.

L’artrosi si può curare?

L’osteoartrosi è una patologia cronica e la sua gestione deve essere costruita nel tempo. L’obiettivo non è soltanto intervenire quando il dolore diventa evidente, ma mantenere il più possibile mobilità, autonomia e qualità della vita. A seconda del singolo caso, il veterinario può valutare strategie che comprendono controllo del peso, attività fisica adeguata, modifiche ambientali, fisioterapia e riabilitazione, supporto nutrizionale e terapie specifiche per il controllo del dolore.

Non esiste quindi una soluzione identica per tutti.

La gestione migliore è spesso multimodale, cioè basata sulla combinazione di diversi interventi adattati alle necessità del singolo animale. È importante anche evitare il fai-da-te con farmaci pImposta immagine in evidenzaresenti in casa: alcuni medicinali utilizzati comunemente nell’uomo possono essere molto pericolosi per cane e gatto.

Impariamo a osservare ciò che non fanno più

L’artrosi è una di quelle patologie nelle quali il proprietario può avere un ruolo fondamentale. Non dobbiamo aspettare necessariamente una zoppia evidente.

A volte il primo segnale è molto più semplice:

il cane non sale più spontaneamente in automobile.

Il gatto non dorme più sul davanzale.

La passeggiata si accorcia.

Le scale vengono evitate.

Il gioco dura meno.

L’animale impiega più tempo ad alzarsi.

Sono piccoli cambiamenti che possono essere facilmente attribuiti all’età o al cambio di stagione, ma che meritano attenzione.

Invecchiare è normale. Vivere con dolore non deve essere considerato inevitabile.

L’autunno, proprio perché può rendere più evidenti alcuni cambiamenti nella mobilità, può essere un buon momento per osservare con maggiore attenzione come si muovono i nostri animali. Riconoscere precocemente i segnali di difficoltà permette di intervenire prima e, soprattutto, di aiutare cane e gatto a mantenere più a lungo una buona qualità della vita.

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14/Ott/2026


Arriva l’autunno e in molte case sembra improvvisamente esserci pelo dappertutto: sul divano, sui vestiti, nelle cucce e negli angoli del pavimento. Chi vive con un cane o un gatto conosce bene il fenomeno della muta stagionale, quel periodo durante il quale il mantello si rinnova e la perdita di pelo può diventare decisamente più evidente. Nella maggior parte dei casi si tratta di un processo del tutto fisiologico. Ma non sempre.

Come possiamo capire se il nostro animale sta semplicemente cambiando il pelo oppure se dietro quella perdita eccessiva si nasconde un problema dermatologico?

La differenza non dipende soltanto dalla quantità di pelo che troviamo in casa. Ci sono altri segnali che è importante imparare a riconoscere.

Perché cane e gatto perdono più pelo in autunno?

Il mantello degli animali non è una struttura statica. Ogni pelo attraversa diverse fasi di crescita, riposo e caduta. Questo ciclo è influenzato da numerosi fattori, tra cui genetica, razza, stato di salute, alimentazione, temperatura e soprattutto fotoperiodo, cioè la durata delle ore di luce durante la giornata. Con l’arrivo dell’autunno e la progressiva riduzione delle ore di luce, l’organismo si prepara alle nuove condizioni ambientali modificando il mantello. Nei soggetti dotati di un sottopelo abbondante il fenomeno può essere particolarmente evidente. Il risultato per il proprietario è molto semplice: più pelo sulla spazzola e più pelo in casa. Questo, da solo, non deve necessariamente preoccupare.

Una muta sempre meno “stagionale”

La situazione, però, è diventata un po’ più complessa per gli animali che vivono prevalentemente in casa. Riscaldamento invernale, aria condizionata, illuminazione artificiale e temperature domestiche relativamente costanti modificano gli stimoli ambientali ai quali cane e gatto sono esposti. Per questo motivo alcuni animali, soprattutto quelli che trascorrono gran parte della giornata in appartamento, possono perdere pelo praticamente durante tutto l’anno, con periodi di maggiore intensità in primavera e autunno.

La presenza di pelo in casa, quindi, non significa automaticamente che esista una patologia dermatologica.

Bisogna guardare l’animale, non soltanto il pavimento. Quando la perdita di pelo può essere considerata normale? Durante una normale muta stagionale il pelo tende a cadere in maniera abbastanza uniforme. La cute sottostante dovrebbe apparire sana, senza arrossamenti evidenti, croste o lesioni. L’animale inoltre non dovrebbe mostrare un prurito significativo.

Possiamo quindi osservare una grande quantità di pelo sulla spazzola pur avendo davanti un cane o un gatto con un mantello apparentemente sano.

In questi casi una spazzolatura regolare aiuta a rimuovere il pelo morto, favorisce la cura del mantello e permette anche al proprietario di controllare più attentamente la cute. Ed è proprio durante questi momenti che possiamo accorgerci precocemente di qualcosa di diverso.

Quando invece dobbiamo prestare attenzione?

Ci sono alcuni segnali che non dovrebbero essere attribuiti automaticamente alla muta. In particolare:

* aree in cui il pelo diventa progressivamente più rado;

* zone completamente prive di pelo;

* perdita di pelo molto localizzata;

* prurito intenso;

* leccamento o mordicchiamento continuo;

* cute arrossata;

* presenza di croste;

* forfora particolarmente abbondante;

* cattivo odore della cute;

* comparsa di pustole o piccole lesioni;

* pelo opaco, fragile o che si spezza facilmente;

* lesioni che tendono ad allargarsi.

In presenza di uno o più di questi segnali, potremmo non trovarci più davanti a una semplice muta stagionale.

Il prurito è uno dei segnali più importanti.

Un cane o un gatto che perde pelo perché sta effettuando la normale muta non dovrebbe trascorrere gran parte della giornata a grattarsi. Quando compare un prurito importante bisogna quindi chiedersi quale ne sia la causa. Il proprietario può osservare l’animale mentre si gratta con le zampe, ma il prurito può manifestarsi anche in altri modi. Il cane può mordicchiarsi le zampe, strofinare il muso, leccarsi ripetutamente una parte del corpo o sfregarsi contro mobili e tappeti.

Nel gatto la situazione può essere ancora meno evidente.

Un aumento del grooming può sembrare semplicemente una maggiore attenzione alla pulizia, mentre in realtà il gatto potrebbe leccarsi perché avverte prurito o fastidio. Con il tempo il continuo leccamento può determinare diradamento o completa perdita del pelo in alcune zone.

Pulci: anche in autunno

Tra le prime cause da considerare quando compaiono prurito e perdita di pelo ci sono i parassiti. Come abbiamo visto parlando di prevenzione antiparassitaria, le pulci non scompaiono automaticamente con la fine dell’estate. Gli ambienti domestici riscaldati possono consentire al loro ciclo vitale di continuare anche durante i mesi più freddi. Inoltre, negli animali affetti da dermatite allergica da pulce, anche un numero limitato di punture può essere sufficiente a provocare un prurito molto intenso.

Il fatto di non vedere pulci sul mantello non permette quindi di escluderle con certezza.

Questo è particolarmente vero nel gatto, che attraverso il grooming può rimuovere rapidamente molti parassiti adulti.

Non tutte le dermatiti sono uguali

La perdita di pelo può essere la conseguenza di numerose condizioni dermatologiche. Parassiti, infezioni batteriche o fungine, allergie, alterazioni della barriera cutanea e altre patologie possono determinare manifestazioni apparentemente simili.

Due animali che arrivano alla visita entrambi con “pelo che cade” possono quindi avere problemi completamente differenti.

È per questo che affidarsi esclusivamente all’aspetto della lesione o cercare di risolvere il problema con prodotti utilizzati in passato può essere fuorviante. La cute può reagire in modo simile a cause molto diverse.

Allergie: attenzione se il problema ritorna

In alcuni animali il prurito e le manifestazioni dermatologiche possono presentare una certa stagionalità. Se ogni anno, nello stesso periodo, il cane ricomincia a grattarsi, leccarsi le zampe o sviluppare arrossamenti, questo elemento può essere molto utile da riferire al veterinario. Anche le allergie alimentari e ambientali possono infatti manifestarsi con prurito, infiammazione cutanea e infezioni secondarie. Le zone frequentemente interessate possono comprendere zampe, muso, ascelle, inguine e orecchie.

Per questo anche otiti che tendono a ripresentarsi insieme ai problemi cutanei possono rappresentare un’informazione importante.

E se il pelo cade senza prurito?

La perdita di pelo non è sempre associata al prurito. In alcune situazioni possiamo osservare un progressivo diradamento del mantello senza che l’animale sembri particolarmente infastidito. In questi casi il veterinario può valutare anche cause non strettamente dermatologiche. Alcune alterazioni ormonali o metaboliche, per esempio, possono modificare la qualità e il ciclo di crescita del pelo. Il tipo di distribuzione dell’alopecia, l’età dell’animale, eventuali cambiamenti del peso corporeo, della sete, dell’appetito, dell’attività e altri sintomi possono contribuire a indirizzare gli approfondimenti.

La cute e il mantello, infatti, possono talvolta raccontarci qualcosa che riguarda l’organismo nel suo complesso.

Nel gatto attenzione all’eccessivo grooming. Il gatto merita un discorso particolare. Quando un proprietario vede una zona con poco pelo può pensare immediatamente che il pelo “sia caduto”. In realtà, in alcuni casi è stato il gatto stesso a rimuoverlo attraverso un leccamento eccessivo. Il grooming può aumentare in presenza di prurito, parassiti, allergie o dolore, ma anche alcune condizioni comportamentali possono contribuire. Capire se il pelo è caduto spontaneamente oppure è stato spezzato o rimosso dal continuo leccamento può quindi fornire informazioni importanti durante la visita dermatologica.

La spazzola può diventare uno strumento di prevenzione.

Spazzolare regolarmente cane e gatto durante il periodo della muta non serve soltanto a ridurre la quantità di pelo presente in casa. È anche un’ottima occasione per osservare attentamente la cute. Possiamo controllare se sono presenti:

* piccoli noduli;

* croste;

* arrossamenti;

* parassiti;

* zone doloranti;

* aree con pelo più rado;

* lesioni che normalmente rimangono nascoste dal mantello.

Nei cani a pelo lungo o molto fitto alcune alterazioni cutanee possono infatti diventare visibili soltanto quando il pelo viene separato con attenzione.

Un controllo regolare permette quindi di accorgersi prima di eventuali cambiamenti.

Attenzione ai bagni e ai prodotti fai-da-te.

Quando il pelo cade molto, può essere spontaneo pensare che un bagno frequente possa risolvere il problema. La gestione del mantello deve però rispettare le caratteristiche della cute dell’animale. Prodotti non adeguati o lavaggi eccessivamente frequenti possono alterare la barriera cutanea e peggiorare alcune condizioni dermatologiche.

In particolare, non dovrebbero essere utilizzati shampoo o prodotti destinati all’uomo, perché la cute di cane e gatto presenta caratteristiche differenti.

Se esiste già una dermatite, inoltre, il veterinario può indicare prodotti specifici e modalità di utilizzo diverse a seconda del problema.

Anche l’alimentazione conta, ma attenzione alle soluzioni miracolose

Una dieta completa ed equilibrata è fondamentale per la salute della cute e del mantello. Proteine, acidi grassi essenziali, vitamine e minerali partecipano al normale mantenimento della barriera cutanea e alla crescita del pelo.

Questo però non significa che ogni perdita di pelo possa essere risolta semplicemente aggiungendo un integratore.

Prima di intervenire è importante capire perché il pelo sta cadendo. Se alla base esistono parassiti, un’allergia, un’infezione o una patologia sistemica, l’integrazione da sola non risolverà la causa.

Quando è il momento di rivolgersi al veterinario?

Una perdita di pelo uniforme durante il normale periodo della muta, in un animale che non presenta prurito e ha una cute sana, generalmente non rappresenta un segnale preoccupante. È invece consigliabile approfondire quando la perdita di pelo è associata a:

prurito importante, arrossamenti, croste, cattivo odore, lesioni, alopecia localizzata, cambiamenti improvvisi del mantello o alterazioni dello stato generale dell’animale.

Anche la durata è importante.

Una perdita di pelo che continua a peggiorare o che non segue l’andamento abituale degli anni precedenti merita attenzione. Durante la visita il veterinario può valutare cute e mantello e, quando necessario, effettuare o proporre esami specifici per individuare la causa del problema.

Guardiamo la cute, non soltanto il pelo sul divano

Durante la muta autunnale è perfettamente normale ritrovarsi a utilizzare più spesso aspirapolvere e spazzola. La quantità di pelo persa può essere sorprendente, soprattutto in alcune razze. Ma il vero elemento da osservare non è semplicemente quanto pelo troviamo in casa. Dobbiamo chiederci:

Come appare la cute?

Il pelo sta ricrescendo normalmente?

Il cane o il gatto si gratta?

Ci sono zone senza pelo?

Sono comparse croste, arrossamenti o lesioni?

Il comportamento dell’animale è cambiato?

Sono queste informazioni che aiutano a distinguere una normale muta stagionale da qualcosa che merita un approfondimento.

Perché perdere pelo in autunno può essere del tutto normale. Perdere pelo insieme a prurito, lesioni o cambiamenti della cute, invece, non dovrebbe essere considerato semplicemente “cambio di stagione”.


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07/Ott/2026


Con la fine dell’estate e l’arrivo delle prime giornate fresche, molti proprietari di cani e gatti iniziano a pensare che sia arrivato il momento di sospendere i trattamenti antiparassitari. Le passeggiate sotto il sole estivo sono ormai un ricordo, le temperature diminuiscono e pulci e zecche vengono spesso considerate un problema tipicamente primaverile ed estivo.

Ma è davvero così?

In realtà, l’arrivo dell’autunno non coincide automaticamente con la scomparsa dei parassiti. Le condizioni climatiche degli ultimi anni, caratterizzate spesso da autunni miti e periodi di caldo che si prolungano ben oltre settembre, possono consentire a pulci e zecche di rimanere attive più a lungo di quanto immaginiamo.

Inoltre, mentre le zecche sono strettamente influenzate dalle condizioni ambientali esterne, le pulci possono trovare proprio nelle nostre abitazioni un ambiente ideale per continuare il proprio ciclo vitale.

Per questo motivo la decisione di sospendere un antiparassitario non dovrebbe dipendere semplicemente dalla data sul calendario, ma dal rischio reale a cui è esposto ogni singolo animale.

Zecche: il rischio non finisce necessariamente con l’estate

Uno degli errori più comuni è pensare che le zecche siano presenti esclusivamente nei mesi più caldi.

La loro attività è influenzata da temperatura, umidità, specie di zecca e caratteristiche dell’ambiente. In presenza di condizioni favorevoli, alcune zecche possono quindi continuare a essere attive anche durante l’autunno.

Questo significa che una passeggiata in una giornata mite di ottobre può rappresentare ancora un’occasione di esposizione.

Particolare attenzione va riservata ai cani che frequentano regolarmente prati, boschi, sentieri, aree con vegetazione alta, parchi e zone rurali, soprattutto quando questi ambienti sono frequentati anche da animali selvatici.

Dopo una passeggiata può essere utile controllare accuratamente il mantello del cane. Le zecche tendono a localizzarsi soprattutto nelle zone dove la cute è più sottile o facilmente raggiungibile: testa, collo, padiglioni auricolari, ascelle, inguine e spazi tra le dita sono alcune delle aree da osservare con maggiore attenzione.

Nei cani a pelo lungo o particolarmente folto, naturalmente, individuarle può essere più difficile.

Perché una zecca non è soltanto un fastidio.

La presenza di una zecca sulla cute non deve essere considerata soltanto un problema locale.

Durante il pasto di sangue alcune specie possono trasmettere agenti responsabili di malattie importanti. Tra quelle più conosciute troviamo ehrlichiosi, anaplasmosi e babesiosi, anche se il rischio e la diffusione delle diverse patologie variano in funzione dell’area geografica e delle specie di zecca presenti.

In alcuni casi i sintomi possono essere inizialmente poco specifici: stanchezza, febbre, riduzione dell’appetito o cambiamenti nel comportamento dell’animale.

È quindi importante non sottovalutare l’esposizione alle zecche e ricordare che prevenire il morso significa anche ridurre il rischio di trasmissione di alcune malattie.

 

Se si trova una zecca attaccata all’animale, inoltre, è importante rimuoverla correttamente, evitando rimedi improvvisati che possono rendere più difficile l’operazione.

Pulci: quando fuori fa freddo, dentro casa può essere ancora estate

Per le pulci il discorso è ancora più interessante.

Quando pensiamo a un’infestazione da pulci immaginiamo normalmente gli insetti adulti presenti sul cane o sul gatto. In realtà, una parte fondamentale del ciclo biologico della pulce avviene nell’ambiente.

Uova, larve e pupe possono trovarsi nei luoghi frequentati dall’animale: cucce, tappeti, divani, coperte, fessure del pavimento e altre zone della casa.

Ed è proprio qui che l’autunno può giocare un ruolo importante.

Quando iniziamo ad accendere il riscaldamento, le nostre abitazioni continuano a offrire condizioni ambientali favorevoli allo sviluppo delle pulci. Per loro, quindi, il fatto che all’esterno le temperature siano diminuite può avere un’importanza relativa.

Questo spiega perché un cane o un gatto possa avere pulci anche in pieno autunno o durante i mesi più freddi.

Una volta che il ciclo del parassita si è stabilito nell’ambiente domestico, eliminarlo può richiedere tempo e una gestione accurata non soltanto dell’animale, ma anche degli ambienti nei quali vive.

Nel gatto le pulci possono passare inosservate

Nel gatto riconoscere la presenza delle pulci può essere particolarmente difficile.

Il gatto dedica molto tempo alla pulizia del proprio mantello e può rimuovere parte dei parassiti adulti attraverso il grooming. Di conseguenza, il proprietario può non vedere direttamente le pulci pur essendo presente un problema.

A volte sono altri segnali a far nascere il sospetto: prurito, leccamento insistente, piccole croste, irritazione cutanea o perdita di pelo.

In alcuni animali particolarmente sensibili, anche poche punture possono essere sufficienti a provocare una reazione importante.

Dermatite allergica da pulce: quando basta una puntura

Uno dei problemi più comuni associati alle pulci è la dermatite allergica da pulce, una reazione di ipersensibilità nei confronti di componenti presenti nella saliva del parassita.

Negli animali allergici il problema non dipende necessariamente dalla presenza di decine di pulci: anche un’esposizione limitata può essere sufficiente a provocare prurito intenso e lesioni cutanee.

Il cane può grattarsi, mordicchiarsi o leccarsi ripetutamente, soprattutto in determinate zone del corpo. Nel gatto le manifestazioni possono essere differenti e talvolta meno evidenti per il proprietario.

Per questo motivo, davanti a un animale che improvvisamente presenta un forte prurito, l’assenza di pulci visibili non permette da sola di escludere il problema.

Le pulci possono trasmettere anche altri parassiti

C’è poi un altro aspetto spesso poco conosciuto.

Le pulci possono partecipare al ciclo di Dipylidium caninum, un verme intestinale che può infestare cane e gatto.

L’animale può ingerire accidentalmente una pulce infetta mentre si lecca o si mordicchia il mantello. In questo modo il parassita intestinale può completare il proprio ciclo.

È un buon esempio di come la prevenzione antiparassitaria non riguardi soltanto ciò che vediamo sulla cute dell’animale, ma possa avere implicazioni più ampie per la sua salute.

 

Quindi dobbiamo utilizzare l’antiparassitario tutto l’anno?

Non esiste una risposta uguale per ogni cane e ogni gatto.

Il rischio deve essere valutato considerando diversi fattori:

* ambiente in cui vive l’animale;

* accesso all’esterno;

* frequentazione di prati, boschi e aree verdi;

* presenza di altri animali in casa;

* viaggi e spostamenti;

* precedenti infestazioni;

* presenza di parassiti nell’ambiente;

* condizioni climatiche della zona;

* caratteristiche individuali e stato di salute dell’animale.

Un gatto che vive esclusivamente in appartamento avrà un profilo di rischio diverso rispetto a un gatto che entra ed esce liberamente. Allo stesso modo, un cane che passeggia prevalentemente in città avrà un’esposizione differente rispetto a un cane che ogni settimana accompagna il proprietario nei boschi o in campagna.

La prevenzione dovrebbe quindi essere personalizzata.

Anche la scelta del prodotto non dovrebbe essere casuale. Esistono formulazioni, principi attivi, modalità di somministrazione e durate d’azione differenti. Un prodotto adatto a un determinato animale o stile di vita non è necessariamente la soluzione migliore per un altro.

Particolare attenzione deve essere posta anche quando cani e gatti convivono nella stessa abitazione: alcuni principi attivi utilizzati nel cane possono essere pericolosi per il gatto, motivo per cui è sempre opportuno seguire le indicazioni del veterinario e utilizzare correttamente i prodotti prescritti o consigliati.

La prevenzione non dovrebbe seguire soltanto il calendario.

L’idea di utilizzare l’antiparassitario “da primavera a fine estate” è semplice e facile da ricordare, ma non sempre corrisponde alla reale esposizione dell’animale.

Un ottobre particolarmente mite può mantenere attive le zecche. Una casa riscaldata può permettere alle pulci di continuare il proprio ciclo. Un viaggio, una passeggiata nei boschi o la presenza di altri animali possono modificare ulteriormente il rischio.

Per questo, prima di sospendere automaticamente la prevenzione con l’arrivo dell’autunno, può essere utile chiedersi dove vive il nostro animale, quali ambienti frequenta e a quali parassiti può essere realmente esposto.

Controllare periodicamente il mantello, osservare la comparsa di prurito o lesioni cutanee e verificare che la protezione utilizzata sia ancora adeguata sono semplici abitudini che aiutano a proteggere cane e gatto durante tutto l’anno.

Perché quando si parla di parassiti, la stagione conta, ma conta ancora di più il rischio reale del singolo animale.





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